di Stefano Vaccari
La Costituzione più bella del mondo non si cambia, in maniera unilaterale, per favorire gli interessi del potere politico. Il popolo ha saputo respingere al mittente falsità ed arroganza. Dal referendum sulla separazione delle carriere arriva una sonora sberla per Meloni, Nordio e tutta la destra. Una sberla che ha un risvolto anche politico vista l’alta affluenza alle urne. Di giustizia bisogna parlare ma non nel modo presuntuoso e propagandistico del Governo. La sberla diventa doppia se si pensa al risultato pressoché omogeneo, con poche eccezioni, delle diverse regioni (17 regioni per il NO e 3 regioni per il SI), del voto unanime di tutto il Sud per il NO e quello maggioritario dei giovani sotto i 35 anni. Da questo risultato deriva che ora il Governo dovrà cambiare registro se intende modificare la legge elettorale e dovrà gettare nel cestino la legge sull’autonomia differenziata. Il Paese vuole rimanere unito nel segno del sacrificio e del lavoro fatto dai costituenti.
La vittoria del “No” al referendum sulla separazione delle carriere rappresenta dunque un passaggio politico e istituzionale di grande rilievo, che merita di essere letto con attenzione e senza semplificazioni. Il risultato emerso dalle urne non è stato soltanto un giudizio su una proposta tecnica di riforma costituzionale ma l’espressione di una valutazione più ampia da parte dei cittadini sullo stato della giustizia e sulle priorità reali del Paese.
Il voto popolare ha confermato il principio fondamentale che le riforme della giustizia devono rafforzare l’equilibrio tra i poteri, non alterarlo. La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, così come proposta, rischiava di incrinare l’unità della giurisdizione, aprendo la strada a un indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, un rischio che molti cittadini hanno percepito con chiarezza.
La bocciatura della riforma si fonda su motivazioni profonde e condivise. In primo luogo, la tutela dell’indipendenza della magistratura. L’attuale assetto garantisce che pubblico ministero e giudice appartengano allo stesso ordine, sottoposto alle medesime garanzie costituzionali, mentre una separazione netta avrebbe potuto favorire una maggiore esposizione del pubblico ministero a pressioni esterne. In secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio tra accusa e difesa che, pur perfettibile, non è stato ritenuto opportuno modificare in modo così radicale senza adeguate garanzie. A ciò si aggiunge la percezione diffusa che la riforma non affrontasse le urgenze reali della giustizia quotidiana e che potesse rispondere più a logiche politiche contingenti che a una visione organica del sistema giudiziario.
Il messaggio che emerge è chiaro. I cittadini non hanno difeso lo status quo per inerzia, ma hanno chiesto riforme diverse, più incisive e più vicine ai bisogni concreti del Paese. Proprio per questo, il risultato referendario segna anche un punto di ripartenza. È arrivato il momento di occuparsi sul serio della giustizia, affrontando le criticità che da anni ne compromettono l’efficacia e la credibilità.
Tra queste, la durata eccessiva dei processi resta una delle principali emergenze, perché mina il diritto dei cittadini e delle imprese ad avere risposte in tempi ragionevoli. A questo si affianca la carenza di organico e di risorse negli uffici giudiziari, che rende difficile garantire efficienza e uniformità sul territorio. La digitalizzazione del sistema, pur avviata, è ancora incompleta e spesso disomogenea, con evidenti ripercussioni sull’operatività quotidiana. Non meno rilevante è la condizione del sistema penitenziario, segnato da sovraffollamento e difficoltà nel garantire percorsi effettivi di reinserimento. Permangono inoltre ostacoli significativi nell’accesso alla giustizia, tra costi, complessità procedurale e disuguaglianze territoriali, mentre la qualità della normazione continua a risentire di una stratificazione eccessiva che genera incertezza e contenzioso.
La sfida che si apre ora non è più ideologica ma concreta. Occorre costruire un’agenda di riforme seria e condivisa, capace di intervenire sui nodi strutturali senza mettere in discussione i principi costituzionali che garantiscono l’equilibrio democratico. Il voto dei cittadini ha indicato una direzione precisa verso una giustizia più efficiente, più equa e più accessibile.
In questo quadro, il tema della giustizia deve diventare uno dei pilastri di un progetto politico più ampio. Come indicato dalla segretaria Elly Schlein questo voto è anche un messaggio per la sinistra. Il Paese chiede anche un’alternativa e ci affida la responsabilità di organizzare questa speranza. Per questo accanto alla difesa della costituzione antifascista , alla necessità di rispettarla ed attuarla è necessario lavorare alla costruzione di un campo largo capace di elaborare un programma condiviso che metta al centro anche una riforma seria e credibile della giustizia. Solo attraverso un’alleanza ampia e una visione comune sarà possibile vincere le prossime elezioni politiche e dare finalmente attuazione a quelle riforme di cui il sistema giudiziario ha realmente bisogno.