Sicurezza? Un problema nazionale che la destra non è riuscita a risolvere

Mariateresa Fragomeni

di Mariateresa Fragomeni, sindaco di Siderno e dirigente nazionale del Pd

I fatti di cronaca nera diffusi giornalmente da telegiornali e altri organi d’informazione, dimostrano, più di ogni critica politica e dibattito parlamentare, il totale fallimento del Governo di destra guidato da Giorgia Meloni sul tema della pubblica sicurezza. Quella coalizione di destra-destra che ha vinto le elezioni parlando alla pancia della gente e strumentalizzando la paure diffuse soprattutto tra le persone più vulnerabili, oggi mostra tutta la propria incapacità di fare fronte a fenomeni di sempre più diffusa microcriminalità che rendono le nostre città sempre meno sicure, tanto che spesso risulta pericoloso uscire, specie in orari notturni. Insomma, la destra che avrebbe dovuto usare il pugno duro contro i cosiddetti “maranza” delle realtà metropolitane, che plaude alle milizie dell’ICE di Trump quando si sostituiscono alla Polizia uccidendo vittime inermi, che nelle menti meno illuminate instilla perfino la nostalgia delle squadracce dei tempi di “quando c’era LVI”, oggi appare impotente di fronte a troppi fenomeni criminali ed è incapace di fronteggiarli, gettando le persone in una percezione di ancora maggiore insicurezza. E quindi di paura diffusa.

Il Partito Democratico ha sempre affrontato il tema della sicurezza in maniera seria e scevra da ogni suggestione mediatica buona solo ad alimentare ulteriori paure da sfruttare in cabina elettorale. Lo ha fatto soprattutto nelle regioni e negli enti locali in cui governa da sempre, facendo proposte concrete e dettate dall’esperienza di chi opera nel territorio al servizio della comunità e non corre dietro agli slogan a effetto. Come si può parlare, infatti, di più sicurezza se assistiamo al depotenziamento dei presidi di Polizia e ai tagli di risorse economiche che rendono perfino difficoltoso garantire il rifornimento di carburante alle auto di servizio? Figlio delle culture politiche che hanno garantito la ricostruzione del Paese dal dopoguerra in poi, coniugando sicurezza e sviluppo, istruzione e diritti dei lavoratori, solidarietà e libertà, il Pd ha nel suo DNA la cultura di governo e di progresso sociale che implica una capacità di gestione dei fenomeni seria e responsabile, in cui la sussidiarietà orizzontale, sancita dalla nostra Costituzione, si concretizza nella partecipazione attiva di cittadini e associazioni nell’azione di prevenzione dei fenomeni di devianza attraverso l’inclusione e non con la ghettizzazione tanto cara a certa destra.

E allora bisogna andare oltre la propaganda del Governo Meloni, fatta di tante promesse disattese e grandi fallimenti, e ripartire da alcuni punti programmatici semplici ma che trovano, laddove applicati, quell’efficacia che è tutto l’opposto delle bugie della destra.

È vero che bisogna tornare a garantire alle Forze dell’Ordine una dovuta dotazione organica e strumentale, oltre alle risorse economiche necessarie a presidiare efficacemente il territorio, ma questa azione deve potersi coniugare con la riduzione e la progressiva eliminazione del disagio sociale, vero e proprio bacino in cui si creano le condizioni per il proliferare della microcriminalità. Investire sull’integrazione, soprattutto dei minori non accompagnati, sul sostegno agli affitti per chi è in difficoltà e sulle politiche abitative serie e in grado di prevenire fenomeni di abusivismo, incentivando quell’associazionismo che promuove la partecipazione e l’inclusione sociale, significa fare l’esatto opposto rispetto alle politiche di questa destra che parla di ruspe, sgomberi “con lo sterzo” (continuando a tutelare gli estremisti di Casa Pound) e pugno duro solo sulla carta, o meglio su “meme” e “reel” sui social, nei quali, assecondando proprie vocazioni lombrosiane, spesso disegna l’identikit dell’idealtipo del criminale, funzionale ai propri obiettivi di propaganda ideologica, prendendo pure a esempio alcuni tragici cliché delle pagine più nere della storia d’Europa.

Investire sulla lotta al disagio sociale significa fare prevenzione dei fenomeni criminali sia nelle grandi città che nei piccoli comuni interni, da dove vengono, spesso, esempi virtuosi di integrazione.

E significa, soprattutto, ridare fiducia ai cittadini e credibilità alle istituzioni.

Vorrei concludere questa riflessione con un pensiero rivolto alla lotta alla criminalità organizzata, che, così come la microcriminalità, non può essere condotta solo sul piano della repressione, pur nel doveroso sostegno all’opera di magistratura e forze dell’ordine.

Amministriamo da quattro anni una città calabrese che, negli ultimi tre lustri, ha visto la condanna passata in giudicato di un suo ex sindaco per associazione a delinquere di stampo mafioso e lo scioglimento per infiltrazioni mafiose dei successivi due consigli comunali, eletti nel 2011 e nel 2015. Prima del nostro insediamento, dunque, i periodi di commissariamento sono stati superiori a quelli in cui il Comune è stato retto da un’Amministrazione democraticamente eletta. Siamo ripartiti, nonostante non siano mancati episodi e gesti intimidatori a inizio mandato, da alcuni principi cardine che animano la nostra condotta amministrativa quotidiana: rispetto delle regole, dialogo coi cittadini e istituzioni sovraordinate, politiche indirizzate al bene comune e ossequiose dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione. L’ABC, insomma. Ma che si sta dimostrando un buon antidoto al proliferare della subcultura mafiosa che tanti danni ha fatto alle istituzioni locali nei decenni passati, almeno quanti ne fa la presenza della ‘ndrangheta sul territorio. Quella ‘ndrangheta che esiste ancora. Ma che al Comune non entra più.

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