La Pace disarmante di Papa Leone: l’Europa torni ad essere protagonista

Nicola Zingaretti

di Nicola Zingaretti, pubblicato oggi sul quotidiano Avvenire

Per affrontare i dichiarati e raccontati pericoli di aggressione, ogni giorno assistiamo a dichiarazioni e annunci di riarmo. Alcuni mesi fa una commissaria europea appena insediata diffuse un goffo video rivolto agli europei per spiegare come preparare un kit di sopravvivenza in caso di guerra. Un kit per sette giorni: poi, secondo quel video, chissà. Erano le settimane di “Rearm Europe”, l’autorizzazione a sforare i vincoli di bilancio per sostenere il riarmo nazionale degli Stati. Ora siamo arrivati agli annunci di un ritorno a forme di leva che, da quanto si capisce, con la leva obbligatoria hanno poco a che vedere.

Siamo dentro una vera e propria escalation culturale e poi operativa.
Per giustificarla, in Italia la Presidente Giorgia Meloni, con solennità nelle aule del Parlamento, ha rilanciato l’antico motto: “se vuoi la pace prepara la guerra”, ignorando che proprio quando questo indirizzo ha prevalso in Europa, la guerra è arrivata.

Tutti applaudono. Ma è come se in pochi volessero davvero ascoltare il messaggio di Papa Leone che, nel suo primo discorso davanti a una piazza San Pietro gremita, ha invocato “una pace disarmata e disarmante”. E invece ogni giorno le scelte dei governi vanno nella direzione opposta

La pace disarmata e disarmante non è la negazione dei conflitti, ma l’indicazione di un modo diverso di affrontarli. È il richiamo a un’iniziativa di pace costruita non sulla paura e sulla minaccia degli armamenti, ma sul protagonismo continuo della diplomazia e dell’economia, con l’obiettivo della riduzione delle tensioni. È una pace che “disarma” perché si ottiene attraverso l’impegno, il sostegno al multilateralismo e alle organizzazioni internazionali, come luoghi in cui affrontare e risolvere i conflitti praticando l’ascolto, il dialogo, la giustizia, costruendo alleanze. È l’impegno a sviluppare strategie di prevenzione e gestione non violenta dei conflitti.

In Europa significa costruire un sistema di difesa e sicurezza comune e collettivo, che agisca anche integrando, a determinati livelli, i comandi degli Stati nazionali. È dunque l’opposto della resa.

Il problema vero è che tutto questo oggi non c’è. La tensione etica rilanciata da Papa Leone non accompagna in alcun modo le scelte dei governi di questo tempo, che anzi umiliano e marginalizzano i luoghi del confronto. È così perché viviamo di nuovo nei tempi dei nazionalismi, che si fondano sulla legge del più forte. Ma il nazionalismo, quando ha prevalso, ha prodotto sempre due risultati: disuguaglianze e guerre.

Ecco il senso del nostro impegno di questi mesi nel Parlamento europeo: condizionare e indirizzare i processi verso scelte diverse dall’attuale corso delle cose. Ascoltando e dialogando con chi non crede, a ragione, che il mondo stia andando nel verso giusto. Abbiamo criticato l’idea che la “deterrenza europea” potesse arrivare dal riarmo dei singoli Stati. La sicurezza dell’Europa non aumenta riarmando ventisette eserciti, ma superando questa frammentazione: unendo, puntando all’interoperabilità dei comandi, costruendo corpi di interposizione sotto comandi comuni, razionalizzando la spesa, coordinando gli acquisti, rafforzando le imprese europee, in primo luogo nel campo dei droni e degli strumenti difensivi ad alto contenuto tecnologico. Rafforzando la politica estera comune ancorata ai valori europei.

Il Consiglio, cioè i governi che ogni giorno parlano dell’urgenza di difenderci, per mesi ha tenuto bloccato EDIP, il primo programma di finanziamento per acquisti comuni, che ora finalmente è stato approvato. È stato il Parlamento, con il voto recente, a spingere verso scelte nuove di integrazione, mentre molti governi, tra cui quello italiano, difendevano lo status quo armato.

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