Lavorare non basta. La povertà che il governo non riesce a sconfiggere

Stefano Vaccari

di Stefano Vaccari

La povertà non è soltanto mancanza di reddito. Significa anche isolamento, solitudine e sfiducia verso le altre persone e le istituzioni, condizioni che rendono ancora più difficile chiedere aiuto e cambiare la propria situazione. I dati Istat sul 2025 descrivono un’Italia in cui avere un lavoro non mette al riparo dalla povertà, pagare un affitto può diventare insostenibile e oltre un milione di bambini cresce in famiglie che non riescono a permettersi l’essenziale. Dopo anni di governo Meloni, la povertà resta stabile su livelli drammatici. Un fallimento politico che richiede risposte concrete.
Nel 2025, oltre 5,4 milioni di persone — il 9,3% dei residenti — vivono in povertà assoluta. Sono più di 2,1 milioni di famiglie. In povertà relativa si trovano quasi 8,7 milioni di persone. L’Istat descrive il quadro come stabile rispetto al 2024. Ma la stabilità non è una vittoria quando milioni di persone non hanno abbastanza per vivere dignitosamente: è il segno che le politiche adottate non sono riuscite a cambiare la loro condizione.
Il dato più doloroso riguarda i bambini: 1 milione e 136 mila minori, il 12,5% del totale, sono in povertà assoluta. Nel Mezzogiorno sono il 15,2%. La povertà colpisce il 17,7% delle coppie con almeno tre figli minori e l’11,6% delle famiglie monogenitore. E per le famiglie povere con minori la distanza dalla soglia di povertà è ancora più profonda: l’intensità raggiunge il 21,6%, contro il 18,5% del totale.
Lavorare non basta. Tra le famiglie con una persona di riferimento occupata, l’incidenza della povertà assoluta è dell’8,5% se è lavoratrice dipendente; sale al 14,3% se è operaia o operaio. Tra le famiglie con figli minori, raggiunge il 15,5% quando la persona di riferimento è operaia e il 10,5% quando è un lavoratore indipendente che non è né imprenditore né libero professionista. Se la persona di riferimento cerca lavoro, la povertà riguarda il 20,7% delle famiglie. Questi numeri smontano l’idea che la povertà dipenda dalla pigrizia o dalla mancanza di volontà. Spesso riguarda chi lavora, ha figli e non guadagna abbastanza.
La casa è un’altra emergenza. Tra le famiglie che vivono in affitto, una su cinque è in povertà assoluta: il 20,9%, contro il 4,5% di quelle che abitano in una casa di proprietà. Se in famiglia ci sono minori, la quota tra gli affittuari sale al 28,7%. È una fotografia che impone di affrontare insieme costo degli affitti, scarsità di alloggi accessibili e fragilità dei redditi.
La povertà è poi distribuita in modo profondamente diseguale. Nel Mezzogiorno riguarda il 9,6% delle famiglie. Tra quelle con almeno uno straniero arriva al 26,7%, più di quattro volte il 5,9% delle famiglie composte soltanto da italiani; tra le famiglie di soli stranieri con una persona di riferimento operaia, tocca il 31,6%. Sono dati che raccontano precarietà, bassi salari e ostacoli all’inclusione. Non una colpa individuale.
Anche il gioco d’azzardo genera povertà e disagio sociale. Le perdite e i debiti ricadono sulle persone e sulle famiglie più fragili. E mentre dovrebbe contrastare questi rischi, il governo punta ad aumentare le giocate per fare cassa, alimentando un circuito i cui costi sociali ricadono sui cittadini.
L’Istat misura la povertà, non attribuisce responsabilità politiche. Ma il governo ha il dovere di ridurla. Meloni e la sua maggioranza hanno sostituito il Reddito di cittadinanza con misure più selettive e non hanno introdotto una soglia legale di salario minimo. La proposta delle opposizioni fu trasformata in una delega al governo sulla retribuzione e la contrattazione. Intanto, la povertà resta stabile e milioni di persone continuano a essere esposte. È qui il fallimento, aver ristretto le tutele senza riuscire a sconfiggere il lavoro povero e la povertà.
Servono scelte diverse. Una politica industriale vera che rilanci la crescita nei settori strategici. Una misura nazionale di sostegno al reddito accessibile a tutte le persone in grave bisogno; un salario minimo legale che rafforzi la contrattazione e impedisca retribuzioni insufficienti; un piano per gli alloggi pubblici e per sostenere chi paga l’affitto; più nidi, mense scolastiche e tempo pieno, soprattutto nei territori più fragili. E servono controlli efficaci contro sfruttamento e caporalato in ogni settore economico, perché nessun lavoro dovrebbe condannare alla povertà.
La povertà non si combatte colpevolizzando chi la subisce. Si combatte con redditi adeguati, lavoro dignitoso, casa e opportunità per i bambini. Il governo dovrebbe misurare il proprio operato su una domanda semplice: quante persone è riuscito davvero a far uscire dalla povertà?
Naturalmente non se la farà impegnato com’è a difendere solo i grandi interessi.

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