di Marco Ciarafoni
La vittoria del “No” sul referendum sulla separazione delle carriere merita di essere compresa fino in fondo, senza semplificazioni e senza scorciatoie interpretative. Non è un punto di arrivo, ma un segnale politico complesso che chiama in causa responsabilità, visione e capacità di costruzione.
Prima di tutto, questo risultato racconta qualcosa di profondo: il legame tra il popolo e la Costituzione resta vivo, radicato, trasversale. Non è un fatto identitario di parte, ma un patrimonio condiviso che resiste alle stagioni politiche. In questo senso, anche il ruolo di garanzia e di rappresentazione istituzionale incarnato da Mattarella ha contribuito a rafforzare un sentimento diffuso di fiducia nei principi fondamentali della Repubblica.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Il voto ha anche una dimensione sociale e politica più articolata. Una parte di elettorato disilluso, che negli ultimi anni aveva scelto l’astensione, è tornata a partecipare. Non principalmente per entusiasmo verso un’offerta politica strutturata ma per difendere qualcosa percepito come essenziale. Allo stesso tempo, si registra un riflusso nell’astensione di settori dell’elettorato di destra, delusi da una leadership che oggi mostra crepe evidenti. Dalle difficoltà nella gestione della crisi economica alle ambiguità sul piano internazionale, dalle tensioni interne agli scandali che minano la credibilità.
Il Sud, in questo quadro, non è un dettaglio ma una chiave di lettura. Segnala una domanda politica che non trova ancora una risposta compiuta, ma che è pronta a muoversi quando percepisce un rischio o un’opportunità reale.
C’è poi il tema del voto giovanile. Ancora difficile da decifrare pienamente, ma impossibile da ignorare. Come già accaduto in altri passaggi, si pensi all’esperienza delle Sardine in Emilia-Romagna, emerge una disponibilità alla mobilitazione che non si traduce automaticamente in appartenenza stabile. È un’energia intermittente, sana, virtuosa che va intercettata con linguaggi, temi e pratiche nuove.
Infine, la geografia del voto conferma una frattura nota. Grandi città e aree interne continuano a esprimere in molti casi orientamenti diversi, spesso opposti. Un esempio su tutti è il voto di Roma se confrontato con quello dei comuni delle altre quattro province del Lazio. Su questo tema, politico ed istituzionale allo stesso tempo, si gioca una delle sfide decisive per chi vuole costruire un’alternativa. Ricucire un Paese che oggi vota e pensa in modo diseguale è una priorità anche a fronte del fatto che l’attenzione della politica (anche a sinistra) è diseguale e superficialmente si pensa di risolvere i problemi con risvolti economici dimenticando però cultura e storia che segnano quei territori.
Dentro questo scenario, è evidente che Giorgia Meloni attraversa una fase di difficoltà. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare questa constatazione in una narrazione di svolta imminente. È semmai un punto di partenza. La vittoria del “No” non è sovrapponibile a un risultato politico generale. Non è automaticamente trasferibile in consenso elettorale per l’opposizione.
E qui si apre il nodo principale: la coalizione progressista. Oggi fatica ancora a definire un profilo chiaro, riconoscibile, coerente. Le uscite degli ultimi giorni, anche dopo il voto referendario, lo dimostrano. Più che una visione condivisa, emerge una somma di posizioni spesso disallineate. Senza un progetto politico solido, ogni vittoria rischia di restare episodica.
Il rischio più grande, infatti, è l’autoillusione. Pensare che “la svolta” sia già avvenuta, che la strada sia in discesa, sarebbe un errore imperdonabile. La storia recente insegna che i vuoti politici non si colmano da soli. O vengono riempiti da una proposta credibile, oppure si richiudono, lasciando spazio a nuove forme di disaffezione o a ritorni di consenso per chi ora appare in difficoltà.
Per questo, il compito che si apre davanti al popolo di sinistra è esigente ma chiaro.
Trasformare una mobilitazione difensiva in una proposta offensiva, costruire un’identità politica che non sia solo reazione, ma progetto, tenere insieme diritti, lavoro, giustizia sociale, sviluppo sostenibile e visione europea senza ambiguità, parlare a chi è tornato a votare ma anche a chi continua a non farlo, rendere protagonisti i giovani nel processo di cambiamento e nella costruzione dell’alternativa.
Serve organizzazione, radicamento, capacità di ascolto nei territori, soprattutto in quelli più fragili. Serve una classe dirigente che sappia assumersi responsabilità senza rifugiarsi nella comunicazione o nella tattica o peggio ancora nell’auto celebrazione per mantenere un posto al sole. Serve allargare il fronte progressista e democratico, per includere e non certo per epurare, aprendosi anche alle realtà civiche e territoriali.
Naturalmente è giusto riconoscere il valore di questa vittoria. Quelle piazze e quei canti di vittoria riaccendono la speranza. Ma da domani bisogna rimettersi in cammino, con lucidità e determinazione. Perché il percorso è lungo, tutt’altro che semplice, e non ammette scorciatoie. E comunque si può fare.