di Filippo Simeone
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è passata rapidamente dall’essere una tecnologia sperimentale a una forza capace di trasformare l’economia globale e la vita quotidiana delle persone. Se nelle precedenti rivoluzioni industriali l’automazione aveva inciso soprattutto sul lavoro manuale e ripetitivo, quello che Marx definiva alienante, oggi l’IA entra direttamente nelle professioni cognitive e persino nei settori creativi.
Questa trasformazione pone una domanda politica fondamentale: fino a che punto l’innovazione tecnologica può giustificare la sostituzione del lavoro umano? E, soprattutto, chi beneficia dell’aumento di produttività generato dall’intelligenza artificiale?
Come osservava Noam Chomsky, “la tecnologia è generalmente piuttosto neutrale. È come un martello: può essere usato per costruire una casa oppure per distruggere la casa di qualcuno”. Il punto, quindi, non è l’esistenza della tecnologia in sé, ma il modello economico e politico dentro cui viene inserita: chi la controlla, per quali fini viene utilizzata e come vengono distribuiti i benefici che produce.
Un caso particolarmente significativo arriva dalla Cina. Il 30 aprile 2026, alla vigilia della Festa internazionale dei lavoratori, il Tribunale del popolo di Hangzhou ha stabilito che la sostituzione di un lavoratore con sistemi di intelligenza artificiale non costituisce, di per sé, una causa legittima di licenziamento.
La decisione è rilevante anche per il luogo da cui proviene: Hangzhou è uno dei principali poli cinesi dell’intelligenza artificiale, sede di grandi attori tecnologici e simbolo della corsa del Paese verso l’automazione come DeepSeek e Alibaba.
Il caso riguarda Zhou, assunto nel 2022 da una società attiva nel settore dell’intelligenza artificiale come supervisore del controllo qualità. Con l’avanzamento delle tecnologie AI, l’azienda ha sostenuto che molte delle sue mansioni potessero essere svolte direttamente dai sistemi automatizzati. Al lavoratore è stata quindi proposta una ricollocazione a un ruolo inferiore, con una riduzione dello stipendio di circa il 40%. Dopo il suo rifiuto, l’impresa ha proceduto al licenziamento.
Il cuore giuridico della controversia riguardava l’interpretazione del concetto di “cambiamento sostanziale delle circostanze oggettive”, previsto dalla legge cinese sui contratti di lavoro come possibile giustificazione per la risoluzione unilaterale del rapporto. I giudici hanno però escluso che la semplice sostituzione del lavoro umano con sistemi di intelligenza artificiale possa rientrare in questa categoria. Secondo il tribunale, tale nozione riguarda circostanze eccezionali e strutturali, come fusioni, trasferimenti o eventi che rendano oggettivamente impossibile la prosecuzione del contratto. Una scelta imprenditoriale di automazione, invece, non basta.
È questo il punto più interessante: l’adozione dell’intelligenza artificiale resta una scelta imprenditoriale e, proprio per questo, comporta una responsabilità sociale. È un’affermazione che rompe la retorica dell’inevitabilità tecnologica, secondo cui ogni innovazione sarebbe automaticamente legittima solo perché produce efficienza.
Il caso cinese assume quindi una rilevanza politica più ampia, perché contribuisce a ribaltare una narrazione consolidata. Per anni la Cina è stata raccontata soprattutto come la “fabbrica del mondo”: un luogo di produzione a basso costo, segnato dallo sfruttamento della manodopera e da una tutela debole dei diritti dei lavoratori. Oggi, invece, proprio da uno dei principali hub globali dell’intelligenza artificiale arriva un messaggio diverso: anche nella corsa all’innovazione, il progresso tecnologico non può prescindere da una responsabilità sociale verso il lavoro.
In Europa, invece, il rischio è quello di una contraddizione sempre più evidente. Da un lato nelle sedute del Parlamento Europeo si discute molto di etica dell’IA, regolazione digitale e diritti fondamentali, com’è giusto che sia; dall’altro lato, rischiamo di restare dipendenti dalle infrastrutture tecnologiche di altri attori globali e, al tempo stesso, incapaci di proteggere concretamente il lavoro dagli effetti più aggressivi dell’automazione.
Il caso InvestCloud, con il licenziamento di 37 dipendenti nella sede di Marghera, nonostante i rendimenti positivi dell’azienda, si inserisce in questo crinale tra diritto del lavoro e dipendenza tecnologica. Sempre più spesso le imprese non riducono il personale perché sono in crisi, ma perché il mercato finanziario pretende margini di profitto crescenti.
Qui emerge una delle questioni decisive del capitalismo contemporaneo: la finanziarizzazione dell’economia. Il valore dell’impresa viene misurato sempre più sulla base della sua capacità di generare rendimenti immediati, mentre il lavoro viene progressivamente ridotto a una voce di costo. Per la prima volta anche una parte significativa del lavoro qualificato percepisce una forma concreta di insicurezza tecnologica.
Per questo il punto non è opporsi all’intelligenza artificiale. Sarebbe una posizione antistorica e forse anche già superata dalla velocità dello sviluppo degli algoritmi. Il vero tema è decidere a chi debba servire la trasformazione tecnologica. L’IA può ridurre le attività più ripetitive, migliorare i servizi, aumentare la produttività, sostenere la ricerca, alleggerire alcune forme di lavoro. Ma questi benefici non si distribuiscono da soli. Senza regole, contrattazione e politiche pubbliche, rischiano di concentrarsi nelle mani di pochi soggetti economici.
Il diritto del lavoro torna quindi a essere uno spazio decisivo di democrazia economica. Non basta parlare di formazione continua o riqualificazione professionale, se queste parole diventano solo un modo elegante per dire ai lavoratori che devono adattarsi individualmente a ogni trasformazione. La formazione è necessaria, ma non può sostituire la tutela. La riqualificazione è importante, ma non può diventare l’alibi per legittimare licenziamenti fondati esclusivamente sulla convenienza economica.
La questione riguarda anche il ruolo della contrattazione collettiva. Le trasformazioni tecnologiche non possono essere decise unilateralmente dalle imprese, soprattutto quando incidono sull’occupazione, sui salari e sull’organizzazione del lavoro. Serve un nuovo equilibrio tra innovazione e partecipazione, in cui i lavoratori e le loro rappresentanze possano intervenire sulle scelte che modificano profondamente il loro futuro.
Infine, il tema della redistribuzione torna a essere centrale. Se l’intelligenza artificiale consente di produrre di più con meno lavoro umano, allora la domanda politica non può limitarsi a chiedere quanti posti verranno eliminati. Deve chiedere, prima di tutto, come redistribuire il valore generato dalla tecnologia: attraverso salari più giusti, riduzione dell’orario di lavoro, investimenti nel welfare, formazione reale e maggiore sicurezza occupazionale.
È su questo terreno che la Sinistra deve tornare ad assumersi una responsabilità storica: non limitarsi a rincorrere l’innovazione, né subirla come un destino inevitabile, ma governarla. Perché il progresso tecnologico è davvero progresso solo se migliora la vita delle persone, riduce le disuguaglianze e restituisce dignità al lavoro.