Il caso Roggero e la tentazione di riscrivere le regole

Italo Reale Enzo Reda Nini Sprizzi

di Italo Reale, Enzo Reda e Ninì Sprizzi

Uno Stato non si può considerare realmente libero e democratico, se
non ci sono regole condivise e se non vengono rispettate le sue leggi.
Quando a non accettare le regole condivise e le leggi, sono alcuni
rappresentanti politici di governo, il rischio per la democrazia
diventa enorme: siamo prossimi ad una sorta di eversione delle classi
dirigenti.
In questi giorni assistiamo, quasi impotenti, a una devastante ondata
populistica e mediatica. Ad alimentarla non sono solo gli avventori
del “bar dello sport” nazionale, ma anche politici di peso che, con
dichiarazioni tanto sorprendenti quanto irresponsabili, soffiano sul
fuoco a fini elettorali, solleticando l’istinto, sempre presente, mai
del tutto sopito, di chi vorrebbe un sistema penale fondato sulla
giustizia privata e sulla ritorsione legittimata.
Il caso del gioielliere Mario Roggero ne è l’ultima, clamorosa
dimostrazione. La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva
la condanna a 14 anni e 9 mesi inflitta in appello per l’uccisione di
due dei tre rapinatori che avevano derubato il suo negozio a Grinzane
Cavour, in provincia di Cuneo; il terzo era rimasto ferito. Passo dopo
passo, dichiarazione dopo dichiarazione, la demagogia alimentata da
una parte della politica sta lentamente logorando la democrazia e il
sistema di regole condivise su cui essa si fonda, facendo leva sulle
paure – legittime, ma qui strumentalizzate – dei cittadini.
Vale la pena chiarire i termini giuridici della vicenda, perché sono
proprio i termini giuridici a essere stati travisati nel dibattito
pubblico. L’articolo 52 del Codice penale disciplina la legittima
difesa, e la riforma del 2019 (legge n. 36) ha esteso la possibilità
di usare un’arma come reazione “sempre proporzionata” contro chi si
sia introdotto illecitamente in un’abitazione o in un luogo
equiparato. Ma anche questa norma, più permissiva rispetto al passato,
non è priva di condizioni: perché la legittima difesa sussista serve
che il pericolo sia attuale, che l’uso dell’arma sia necessario per
proteggere l’incolumità propria, altrui o dei propri beni, che non
esistano alternative lecite o meno lesive e, quando si tratta di beni
patrimoniali, come in una rapina, che vi sia anche un pericolo per
l’incolumità della persona.
Le immagini delle telecamere hanno fissato con precisione la dinamica
dei fatti: Roggero ha inseguito i rapinatori ed esploso i colpi di
pistola a distanza ravvicinata, in un momento successivo alla rapina,
mentre i tre, usciti dal negozio, si stavano già dando alla fuga. In
quella sequenza mancano, con evidenza, i presupposti della legittima
difesa: non c’era più un pericolo attuale, non c’era più la necessità
di reagire per difendersi. Le condizioni della legge, semplicemente,
non ricorrevano, si è trattato insomma di una sorta di estrema
ritorsione e di vendetta per l’azione criminale subita.
Su questo punto tecnico, i giudici non hanno lasciato spazio ad
ambiguità. Eppure, la sentenza, come già accaduto in altri casi
simili, è stata messa grossolanamente in discussione da un’ondata
popolare rabbiosa ed emotiva, cavalcata da una parte politica con un
disegno tutt’altro che innocente: sfruttare il consenso elettorale e
una percezione collettiva distorta, trasformata in sentimento comune, per stravolgere il sistema di norme e garanzie della democrazia costituzionale.
Come ci ha insegnato Norberto Bobbio, grande filosofo del diritto, “la
democrazia è il governo delle regole prima ancora che il governo della
maggioranza”. Senza regole condivise, la maggioranza smette di essere
democratica e diventa arbitrio. Ed è esattamente questo il rischio che
stiamo correndo: una delegittimazione costante e sistematica degli
organi di garanzia. Un Parlamento sempre meno centrale, anche alla
luce della riforma appena approvata alla Camera, i cui rappresentanti
saranno scelti dai segretari di partito più che eletti nel merito. Una
magistratura accusata puntualmente di “fare politica” ogni volta che
esercita il proprio, doveroso, controllo di legalità.
In sintesi: poteri e organi che dovrebbero restare indipendenti
vengono progressivamente piegati al volere dell’esecutivo, in nome di
un consenso plebiscitario che si vorrebbe superiore alle regole. Non
più, dunque, una democrazia costituzionale, ma qualcosa di diverso e
di più pericoloso.
Cosa fare, allora? Difendere con convinzione i meccanismi e le
garanzie che fondano il nostro ordinamento, rafforzandone il ruolo,
contro ogni tentativo di piegare le regole e i valori dello Stato di
diritto alle oscillazioni – spesso pilotate – del consenso e
dell’opinione popolare del momento.

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