I siti da bonificare a Crotone segno di un modello industriale fallimentare

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di Enzo Reda – Italo Reale – Ninì Sprizzi

Abbiamo esaminato con grande attenzione la relazione sullo stato di attuazione degli interventi di bonifica del SIN (Sito di Interesse Nazionale) di Crotone–Cassano–Cerchiara: un quadro oggettivamente allarmante che ha purtroppo confermato i nostri timori, ovvero l’assenza di passi concreti e significativi verso la risoluzione di un disastro ambientale che continua a mettere seriamente a rischio quei territori e la salute dei cittadini.

L’intera Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali, nota come Commissione Ecomafie, ha svolto un lavoro prezioso, approfondito ed esaustivo, anche grazie all’impegno del capogruppo del Partito Democratico, Stefano Vaccari, e di uno dei due relatori, Nicola Irto, che è riuscito a rappresentare nella relazione il punto di vista delle comunità calabresi. Comunità che, dopo decenni di inquinamento e di colpevole inerzia istituzionale, rivendicano con forza la rimozione dei rifiuti tossici e nocivi presenti nell’intera area interessata.

È necessario evidenziare, innanzitutto, come la gravissima situazione di degrado ambientale oggetto dell’indagine parlamentare sia il risultato inaccettabile e irresponsabile di un modello di sviluppo miope e privo di visione strategica, perseguito nel corso degli anni da diversi Governi nazionali. Un modello che ha relegato ampie aree del Mezzogiorno — da Bagnoli a Priolo, da Taranto fino al territorio crotonese — al ruolo di territori da sfruttare e degradare, consentendo operazioni criminali sotto il profilo ambientale e sociale, senza alcuna reale considerazione per la salute delle popolazioni coinvolte. Anche la Calabria, dunque, è stata trattata come una sorta di colonia o discarica, nella quale è stato possibile sversare rifiuti pericolosi e sostanze altamente inquinanti, senza che venisse mai promosso un serio e duraturo progetto di sviluppo economico e occupazionale.

Le conseguenze di questo fallimentare modello industriale sono oggi sotto gli occhi di tutti: un pericolo permanente per l’igiene e la salute pubblica e la compromissione irreversibile di vaste porzioni di territorio. Emblematico è il caso dell’area archeologica di Crotone, nota come area ex Montedison, estesa per circa 80 ettari, oggi inutilizzabile a causa dell’inquinamento: i fasti della Magna Grecia hanno lasciato il posto a un drammatico degrado ambientale. Complessivamente, parliamo di un’area di circa 1.448 ettari di mare, compresa l’area portuale, e di circa 884 ettari di territorio terrestre, che in passato ospitavano insediamenti industriali quali la ex Pertusola (produzione di zinco), la ex Fosfotec (produzione di acido solforico), la ex Agricoltura (fertilizzanti e prodotti chimici), oltre alle rispettive discariche e all’area ex Sasol–Kroton Gres. Per tali contaminazioni sono state individuate come responsabili le società Edison ed Eni Rewind S.p.A.

Si tratta, pertanto, del recupero imprescindibile di una vasta area della nostra regione, che impone a tutte le Istituzioni un’accelerazione immediata delle procedure di bonifica, senza ulteriori rinvii. È necessario che i soggetti responsabili del danno ambientale siano chiamati a risponderne pienamente, anche sotto il profilo economico, e che venga definito un modello complessivo di sviluppo sostenibile capace di rilanciare il territorio crotonese e l’intera Calabria, valorizzandone in particolare la vocazione turistica, culturale e ambientale.

Le politiche industrialiste adottate a Crotone nei decenni passati si sono rivelate un fallimento totale, producendo esclusivamente degrado, impoverimento, inquinamento e gravi ricadute sanitarie sulla popolazione. Un bilancio che non lascia spazio a interpretazioni.

Queste vicende, come altri disastri ambientali che hanno segnato il nostro Paese, dovrebbero costituire un monito per tutti e, in particolare, per coloro che oggi minimizzano i rischi connessi a determinate scelte industriali ed energetiche. Attività ritenute in passato sicure hanno dimostrato, nel tempo, effetti devastanti sulla salute delle persone e sull’ambiente. Per questa ragione, la politica dovrebbe orientarsi con decisione verso una strategia di sviluppo ed energetica ispirata al principio di precauzione.

La gravità della situazione crotonese appare ancora più evidente se si considera la minima distanza che separava gli insediamenti industriali dal Mar Ionio e dall’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, una delle più estese e pregiate d’Italia per biodiversità, bellezza paesaggistica e valore naturalistico: un paradosso che rende il danno ancora più intollerabile.

Va riconosciuto che gli unici interventi di risanamento di un certo rilievo sono stati quelli promossi dall’Ufficio del Commissario straordinario (Ministro Ronchi e sub-commissario Reale), finalizzati al trasferimento fuori sito di ingenti quantitativi di ferriti, nonché le iniziative assunte dalla Giunta regionale di centrosinistra (Presidente Oliverio e Assessore Greco), che hanno sostenuto, in linea con la volontà delle comunità locali, la necessità di smaltire le sostanze inquinanti al di fuori del territorio regionale.

Permane invece, come evidenziato dalla relazione della Commissione Ecomafie, un comportamento di sostanziale mancata collaborazione da parte di Eni Rewind, che ha più volte presentato progetti di bonifica senza mai darvi concreta attuazione, utilizzandoli di fatto a fini meramente propagandistici.

Emblematico è il caso della società che avrebbe dovuto occuparsi della bonifica impiegando i lavoratori ex Pertusola, scomparsa improvvisamente senza alcuna spiegazione da parte di Eni. Analogamente, la richiesta di risarcimento danni avanzata dal Ministero dell’Ambiente nel procedimento presso il Tribunale di Milano non ha prodotto gli esiti attesi, così come il progetto di bonifica presentato da Eni al Ministero non ha mai trovato concreta realizzazione.

Le relazioni parlamentari confermano inoltre il tentativo, poco incisivo, di individuare siti alternativi per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, a fronte di una strategia volta a sfruttare norme comunitarie per perseguire l’obiettivo, mai abbandonato, di smaltire i rifiuti nella stessa area crotonese, ignorando ancora una volta le gravissime ricadute sanitarie già documentate, tra cui l’aumento dell’incidenza di patologie tumorali.

La relazione evidenzia infine la scarsa incisività degli Enti locali e dell’attuale Giunta regionale rispetto all’impegno più determinato assunto in passato. Si assiste a un uso prevalente della comunicazione social e a un atteggiamento eccessivamente accondiscendente nei confronti di Eni, che continua a esercitare un ruolo dominante nelle politiche di bonifica e, fatto ancor più grave, tenta di influenzare anche le scelte energetiche, sostituendosi di fatto al Governo nazionale. Riteniamo sia giunto il momento che cittadini, associazioni e Istituzioni regionali assumano un ruolo attivo e responsabile di indirizzo e controllo, affinché non ci si debba ritrovare, nel 2035, a leggere l’ennesima relazione parlamentare sulla mancata bonifica di Crotone, con il tragico bilancio di nuove vittime e ulteriori disastri ambientali.

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