di Marco Ciarafoni
Forse, per combattere l’odio, l’indifferenza, la solitudine e l’emarginazione, dovremmo ricominciare da una cosa piccolissima: salutarci.
Sembra quasi banale. Un gesto antico, elementare, che non costa nulla. Eppure, proprio per questo, può avere un valore enorme.
Nelle nostre città viviamo circondati da persone che non conosciamo. Abitiamo per anni nello stesso condominio senza sapere il nome di chi vive due piani più sotto. Prendiamo ogni mattina lo stesso ascensore, incontriamo gli stessi volti nell’androne, nello stesso bar, alla fermata dell’autobus. E spesso non ci salutiamo.
Anzi, abbiamo sviluppato la singolare abilità di abbassare lo sguardo.
Ci incrociamo sul marciapiede e guardiamo il telefono. Entriamo nell’ascensore e fissiamo i numeri dei piani. Attraversiamo piazze affollate costruendo intorno a noi una piccola bolla invisibile.
Siamo sempre più connessi e, paradossalmente, sempre più autorizzati a ignorarci.
Eppure basta allontanarsi dalle grandi città per accorgersi che non è sempre stato così e che, in molti luoghi, non è ancora così. Lo sto vivendo personalmente frequentando luoghi distanti dalla mia città. Aree interne che spesso sono oggetto di attenzioni politico istituzionali senza però comprendere avere la forza di comprendere storia, cultura e tradizioni di quelle realtà. Ma questo è un altro argomento.
Nelle campagne, sulle strade sterrate, quando due automobili si incrociano, capita ancora che i conducenti alzino una mano dal volante. Non importa sapere chi ci sia nell’altra macchina.
Ci si saluta.
Nei piccoli borghi si incontra qualcuno lungo una strada e si dice “buongiorno”. Magari non lo si è mai visto prima e probabilmente non lo si incontrerà mai più.
Ci si saluta lo stesso.
E c’è un altro incontro, antico quanto il rapporto dell’uomo con la terra, che conserva un significato particolare. Quello tra chi attraversa un territorio e chi quel territorio lo vive, lo lavora, lo custodisce.
Il cacciatore che percorre un sentiero e incontra un contadino lo saluta. E quel saluto non è soltanto cortesia. È riconoscimento.
È un modo per dire: so che questa terra non è semplicemente uno spazio da attraversare. Qualcuno la coltiva, ne conosce i confini e le stagioni, tiene aperti i sentieri, osserva ciò che cambia, interviene quando qualcosa non va. Qualcuno, con il proprio lavoro quotidiano, governa e tutela il territorio anche nell’interesse di chi non lo possiede e magari lo frequenta soltanto per poche ore.
Salutare, allora, diventa anche una forma di rispetto.
Il rispetto di chi entra in un luogo verso chi se ne prende cura. Ma anche il riconoscimento reciproco tra persone che, pur con ruoli diversi, condividono quello stesso ambiente, dal contadino al cacciatore, dal pastore al boscaiolo, dal raccoglitore di funghi all’escursionista, al pescatore sportivo.
Perché un territorio non è soltanto una superficie disegnata su una carta geografica. È una rete di responsabilità, conoscenze, presenze e relazioni.
E forse proprio qui si comprende il significato più profondo del saluto.
Dire buongiorno a qualcuno significa comunicargli, per una frazione di secondo che lo hai visto.
Non so necessariamente chi sei. Non conosco la tua storia, il tuo lavoro, le tue idee o la tua condizione sociale. Forse siamo molto diversi.
Ma ti ho visto.
E riconosco che sei qui.
L’indifferenza comincia proprio quando smettiamo di vedere gli altri.
Prima ancora dell’odio c’è spesso una distanza. Prima dell’emarginazione c’è qualcuno che diventa invisibile. Prima della solitudine c’è una successione di porte chiuse, sguardi abbassati, incontri mancati.
Naturalmente un “buongiorno” non risolverà i grandi problemi della società. Non cancellerà le disuguaglianze, non fermerà le guerre e non eliminerà la violenza e tantomeno i pregiudizi per talune attività umane di tipo tradizionale.
Ma forse abbiamo commesso l’errore di pensare che i grandi problemi possano essere affrontati soltanto attraverso grandi gesti.
Una società è fatta anche di milioni di minuscoli comportamenti quotidiani.
Tenere una porta aperta.
Guardare negli occhi chi ci serve un caffè.
Ringraziare chi pulisce una strada.
Salutare il vicino nell’ascensore.
Salutare il contadino quando attraversiamo la sua campagna.
Salutare chi incontriamo su un sentiero.
Dire buongiorno alla persona anziana che vediamo ogni mattina e che forse, quel giorno, non parlerà con nessun altro.
Chiedere il nome a qualcuno che incrociamo da anni senza conoscerlo.
Sono gesti insignificanti soltanto in apparenza.
Il saluto, in fondo, è la più piccola forma possibile di riconoscimento reciproco. Non pretende una relazione, non invade lo spazio dell’altro, non chiede nulla in cambio.
Dice semplicemente: io esisto, tu esisti, e per un istante ce ne siamo accorti entrambi.
Forse dovremmo provare a riportare nelle città qualcosa che nei borghi e nelle campagne è sopravvissuto più a lungo ovvero quella naturale disponibilità a riconoscere la presenza dell’altro.
Cominciando dai condomini.
Potremmo trasformare quei luoghi strani nei quali decine o centinaia di persone condividono muri, scale, ascensori, rumori e tubature senza condividere neppure un buongiorno.
E potremmo insegnarlo ai bambini non come una semplice regola di buona educazione, ma come una forma elementare di cittadinanza.
Saluta le persone. Guardale. Riconoscile. Rispetta i luoghi e chi se ne prende cura.
Perché chi impara a vedere gli altri forse farà un po’ più fatica a odiarli.
Chi riconosce il lavoro degli altri farà un po’ più fatica a considerare tutto ciò che lo circonda come qualcosa che gli è semplicemente dovuto.
E chi si sente visto sarà, almeno per qualche secondo, un po’ meno solo.
Non serve conoscere tutti. Non dobbiamo diventare amici di ogni vicino né trasformare ogni incontro in una conversazione.
Basterebbe recuperare quella piccola consuetudine che per secoli ha ricordato che una comunità esiste prima ancora delle sue istituzioni. Esiste quando le persone si riconoscono reciprocamente.
Domani mattina, uscendo di casa, incontreremo qualcuno.
In ascensore. Sul pianerottolo. Davanti al portone. Su una strada di campagna. In un bosco. Lungo un sentiero.
La tentazione potrebbe essere quella consueta di abbassare gli occhi e passare oltre.
Proviamo invece ad alzarli.
E diciamo:
“Buongiorno”.
Non cambieremo il mondo con un saluto.
Ma un mondo nel quale torniamo a salutarci sarebbe già un mondo un po’ diverso e migliore.