Caduti della Resistenza e caduti di Salò non possono essere equiparati

Daniele Borioli

di Daniele Borioli

Quando in prossimità del 25 aprile, il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, rivendica sfacciatamente di ritenere ugualmente degni di omaggi e onori i caduti della Resistenza e i caduti di Salò, non solo oltraggia sfrontatamente (e volutamente) la Costituzione, ma esalta volutamente una lettura della storia italiana che appartiene, è sempre appartenuta, ai reduci non pentiti del fascismo e del post-fascismo.

Per taluni aspetti, la sfacciata presa di posizione della seconda carica dello Stato ha il paradossale merito di rendere esplicito non solo e non tanto lo stato d’animo personale di una controversa (e ci mancherebbe non lo fosse) personalità politica, bensì il consolidato e inamovibile basamento di una parte consistente del mondo culturale e politico su cui poggia la propria base di consenso il partito guidato da Giorgia Meloni.

Che questo genere di “milieu consensuale” sia presente e vivo anche in taluni settori della militanza e dell’elettorato leghista, seppure ridimensionato dalla recente scissione del generale Vannacci, è certamente vero. Non c’è dubbio, tuttavia, che sia Fratelli d’Italia il convento nel quale ha trovato ricovero il nucleo più consistente e resiliente dei monaci di quel post-fascismo nel quale convivono, uniti o distinti, brandelli nostalgici di cultura del ventennio, contaminazioni del pensiero della nuova destra radicale impastata nel sovranismo.

Costretti, certo, a coabitare con una cultura e uno spirito più orientati verso una collocazione nell’ambito del conservatorismo delle destre democratiche europee, indispensabile a Fratelli d’Italia per conservare un consenso dell’ampiezza oggi raggiunta e per giocare un ruolo non marginale nel contesto dell’Unione Europea. Ma indisponibili a recidere il radicamento culturale e morale nel nucleo di valori ereditati da quella triade fondamentale del pensiero fascista: “Dio, Patria, Famiglia”, che Meloni scandisce con enfasi. Ogni volta che le si presenta occasione di farlo; ogni volta che “torna a casa” alla sua famiglia politica originaria.

Sarebbe, perciò, un grave errore di lettura interpretare l’esternazione di La Russa come un impeto: una sorta di “voce dal sén fuggita”, che, per quanto “poi richiamar non vale”, si possa pur sempre circoscrivere a una sorta di gaffe istituzionale, pur sempre rammendabile a posteriori con precisazioni o scuse. Niente di tutto questo: l’uscita, perentoria, del Presidente del Senato è invece un messaggio politico chiaro e diretto, rivolto al  nucleo di identità irriducibile che connota una parte non piccola dell’elettorato italiano, tanto più rilevante e decisiva quanto più pare assottigliarsi sul fronte della competizione politica il vantaggio del centrodestra sul centrosinistra.

Diversamente detto, le parole pronunciate da La Russa sul 25 aprile sono la chiara e inequivocabile traduzione verbale dell’iconografia ancora vivissima nel simbolo di “Fratelli d’Italia”, che affida alla “fiamma” il compito di stabilire il legame, al momento non dissolto e probabilmente indissolubile, tra l’attuale partito di maggioranza relativa e quel Movimento Sociale Italiano che rappresentò per i reduci di Salò la scialuppa con la quale traghettare i resti del fascismo “repubblichino”, sconfitto dalla Resistenza, verso il litorale democratico; adattandosi parzialmente alle sue regole, senza mai accettarne sino in fondo lo spirito.

Attenzione, quindi, a non sbagliare la valutazione: la seconda carica dello Stato non è un isolato nostalgico, ma la coerente espressione di una delle architravi politiche e culturali sulle quali si regge l’edificio del pensiero politico e del potere meloniano: che, evidentemente, crollerebbe se dovesse abbandonare l’insostituibile punto d’appoggio costituito dal profondo e storico insediamento della destra nelle viscere della società e della cultura italiane.

Riposto in scaffale, alla voce “postfascismo”, l’episodio che ha coinvolto il Presidente del Senato, vale la pena introdurre, seppur brevemente, una riflessione più articolata e profonda circa il difficile rapporto tra l’attuale maggioranza al governo e alcuni cardini fondamentali della nostra Costituzione, democratica e repubblicana. Alla luce: sia della recente, sonante sconfitta che Meloni e associati hanno subito nella consultazione referendaria che avrebbe dovuto “riformare” la Magistratura; sia dell’appuntamento imminente con il 25 aprile, che quest’anno precede di poche settimane il 2 giugno, 80° anniversario della Repubblica e introduce al percorso che ci guiderà all’80° anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione, il 1° gennaio 2028.

L’esito del referendum può certo essere, ed è inevitabile sia, letto anche: quale indicatore delle dinamiche politiche contingenti; termometro dei rapporti di forza presenti e futuri tra i partiti e le coalizioni da essi composte; misuratore degli spostamenti e/o delle conferme che riguardano le curve del consenso nell’uno e nell’altro campo. Tutti elementi certo molto significativi, in particolare nel loro collocarsi ormai in prossimità del tratto finale di vita del governo Meloni.

Ma certo, oltre questa cogente e primaria contingenza, provando a ragionare sullo stato di salute della nostra democrazia, e sulla tenuta dei suoi fondamentali, ancora affidata ai pilastri della Costituzione, occorre soffermarsi su questioni di natura strutturale di più lungo periodo, il cui sviluppo è difficile prevedere, anche perché molta parte di esso dipenderà dalle evoluzioni, o involuzioni, che orienteranno la vita delle democrazie, in Europa e sul più largo scenario internazionale.

Seppure la specifica vicenda nazionale dell’Italia, genitrice originale del fascismo, negli anni ‘20 del secolo scorso, e matrice imprescindibile delle altre più o meno coeve esperienze di “fascismo realizzato”, prima fra tutte quella nazista, meriti qualche peculiare attenzione. Non solo quale tratto connotante in modo forte e originale la nostra vicenda storica, ma per la cogente attualità con la quale essa si ripropone nella forma e nella sostanza di un’alterità, o apertamente conclamata, o taciuta e custodita in latenza, rispetto alla incontestabile e imprescindibile matrice antifascista del patto costituzionale che lega tra loro gli italiani.

Proiettata sullo scenario presente, l’assetto che attualmente configura la maggioranza di governo si connota per un tratto evidentissimo: l’estraneità politica, culturale, persino etica, di gran parte delle forze politiche e dei componenti i gruppi parlamentari di maggioranza dalla Costituzione. Una giustapposizione in radice, di natura identitaria, che, provando per simulazione a collocarsi “dalla loro parte” può persino risultare comprensibile.

In effetti, se si fa eccezione per un sempre più ristretto nucleo di dirigenti di Forza Italia provenienti da DC e PSI ed emigrati nel partito di Berlusconi a seguito del terremoto di tangentopoli; oltre che per qualche superstite della Lega Nord di Bossi, che proclamava “antifascista” la propria creatura politica, richiamando, indirettamente, quel carattere di “vento del Nord” con il quale fu anche denominata la Resistenza italiana; la grandissima parte dei gruppi dirigenti dei partiti del centrodestra è totalmente estranea, in radice, ai valori della Resistenza e della Costituzione da essa scaturita.

Lo è non solo e non tanto per il fatale allontanarsi nel tempo di quella stagione: liberatrice dell’Italia dal giogo nazista; rigeneratrice della dignità nazionale gettata nel fango della vergogna fascista; costruttrice della democrazia progressiva consegnata al dettato della Carta; ma anche per l’impossibilità dei gruppi dirigenti della destra italiana di riconoscersi in qualche modo, anche solo parziale, discendenza delle famiglie politiche e culturali che animarono la lotta dei partigiani, sino alla liberazione. Un salto di identità impraticabile, che soprattutto Meloni non ha avuto sinora il coraggio di compiere, non lo ha oggi, nonostante la batosta referendaria subita, e probabilmente non l’avrà mai.

Ciascuna delle tre riforme “cardine” del Governo, elezione diretta del premier, riforma della Magistratura, autonomia differenziata, presenta di per sé tratti di pericolosa manomissione: dell’ordinamento e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Ciascuna appare palesemente riconducibile in via preferenziale a una delle forze politiche componenti la maggioranza al potere: l’elezione diretta del premier asseconda la pulsione alla prevalenza del potere dell’esecutivo e del suo capo, nei confronti del Parlamento e del Presidente della Repubblica; la riforma della Magistratura, ora naufragata contro gli scogli del voto popolare, interpretava la spinta verso la subordinazione della funzione giudiziaria al potere esecutivo; l’autonomia differenziata, mira a recuperare fuori tempo massimo l’antica e identitaria opzione leghista verso un approdo mai risolto tra federalismo e secessione.

Un disegno complessivamente confuso e privo di coerenza: redistribuito nei suoi tre elementi a soddisfare Fratelli d’Italia (elezione diretta del premier), Lega (autonomia differenziata) e Forza Italia (riforma della Magistratura). Per ora, a Meloni e alla sua maggioranza è andata piuttosto male: la Corte Costituzionale ha smontato di fatto il nerbo dell’autonomia differenziata, concepito dal confuso Calderoli; gli elettori hanno sonoramente bocciato lo sconcertante impianto con il quale Nordio ha tentato di scompaginare e subordinare l’ordine giudiziario; mentre è probabile che dell’elezione diretta del premier non sentiremo più parlare, per questa legislatura.

Con maggiore o minore convinzione, Meloni ha fatto regia di ciascuna delle puntate di questo film, lasciando per ultimo il “colpo grosso”, quello che l’avrebbe consacrata come maieuta di un nuovo patto costituzionale, finalmente altro rispetto all’ingombrante e mai amata Costituzione nata dalla Resistenza. Le è andata male. E questo è un bene per la democrazia italiana. A patto che il rischio corso sia per tutte le forze democratiche anche monito. La vittoria referendaria in Italia, la sconfitta di Orban in Ungheria, il crollo verticale del consenso di Trump negli Stati Uniti, sono rondini di una prossima, possibile primavera.

Ma le insidie sono ancora lì, sul terreno. Malconce ma non sconfitte. Siamo al 25 aprile, il giorno della liberazione: festeggiamolo ma restiamo vigili. Nessuna cosa, neppure la democrazia è scontata per sempre. Tocca difenderla e rafforzarla, con spirito partigiano.

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