di Daniele Borioli
Vorrei soffermarmi a riflettere su due vicende, tra loro molto diverse ma entrambe riguardanti la scuola, che sono emerse alla ribalta delle cronache in queste settimane. La prima, di alcune settimane fa, riguarda la decisione del governo di limitare il numero di alunni di lingua straniera inseribili in una classe delle scuole italiane. La seconda, più recente, è relativa alla pubblica gogna e alle minacciate sanzioni disciplinari nei confronti del dirigente scolastico del Liceo “Amaldi” di Novi Ligure: colpevole, secondo il ministro dell’istruzione e del merito, di aver abusato delle proprie funzioni, rendendo nota attraverso gli strumenti di informazione dell’istituto una manifestazione in ricordo delle migliaia di bambini sterminati a Gaza nel corso di questi anni.
Cosa c’entrano questi due fatti tra loro? Secondo me, molto. Entrambi hanno una matrice chiarissima in quella sorta di progetto d’omologazione, indirizzato in particolare a chi oggi sta svolgendo il proprio percorso formativo, che si fonda non sull’integrazione e sulla valorizzazione delle differenze, o almeno anche di quelle. Ma sulla negazione o, nel migliore dei casi, sul contenimento e deprezzamento delle diversità. Soprattutto, anche se non solo, quando esse hanno origine etnica o razziale. O semplicemente si manifestano attraverso comportamenti divergenti.
Qualcuno ricorderà l’infelice e persino grottesca uscita del ministro Lollobrigida, di cui a inizio legislatura un po’ tutti ridemmo per la sua scivolata sul “rischio di sostituzione etnica” che, a suo parere, investiva l’Italia. Oggi abbiamo conferma che non si trattava di una gaffe, ma dell’annuncio di un preciso obiettivo programmatico. Che, non a caso, è stato contestualmente abbinato all’altra misura, che vieterà alle donne islamiche presenti in Italia di vestire il burqa. Anche allo scopo di rendere chiaro che non è, tout court ed erga omnes, la cura delle difficoltà didattiche generate dalla scarsa conoscenza della lingua italiana a preoccupare il governo. Ma la contaminazione della “purezza” di pelle e costumi della razza italica.
L’insidioso Vannacci impone alla destra di governo il ritorno verso le caverne delle origini. Anche se, l’inseguimento del generale in fuga intercetta e fa ribollire nel sangue di meloniani e legaioli (che pur legaioli e meloniani restano) antiche e mai sopite passioni. Che finalmente possono tornare a rendersi manifeste anche pubblicamente, e non solo nelle mascherate serotine che tanto piacciono a Bignami.
Questa triste pagina della storia politica e istituzionale d’Italia, mi fa tornare alla mente una mia piccola esperienza personale di pochi anni fa. Allorché fui invitato a ricordare, con parole semplici (le più semplici possibili), in una scuola guarda caso anch’essa di Novi Ligure, intitolata ai “Martiri della Benedicta”, gli oltre trecento partigiani che caddero, per metà immediatamente trucidati dai nazifascisti nel rastrellamento dell’aprile 1944, e per l’altra metà pochi mesi dopo a Mauthausen, dove furono deportati coloro che non furono immediatamente passati per le armi.
Al termine degli interventi, accompagnati dalla musica, i giovanissimi alunni intonarono l’inno di Mameli, e mi colpì come fossero in particolare quelli di origine straniera, di diverse razze e colori, a cantare serissimi e concentratissimi, con la mano sul cuore il “Canto degli italiani”, guardando la bandiera. Un gesto che, in analoghe occasioni, mentre l’alzarsi del tricolore accompagna le note, provoca invece a me un intimo senso di pudore, se penso a come, nella nostra storia nazionale, quel tricolore abbia talvolta accompagnato crimini e sopraffazioni.
E se penso a come, colpevolmente e con cinica e autolesionistica cattiveria, chi governa oggi il Paese sia pronto a gettare nel macero quel potenziale di entusiasmo, energia, intelligenza che può invece arrivare a un’Italia che invecchia (e che su molti versanti declina) da quella potenziale ansia di integrazione e dalla conseguente energia che i figli degli stranieri nati in Italia, o in Italia arrivati nella più giovane età, possono immettere nella nostra nazione. In quella che, loro per primi, vogliono diventi la loro “Patria”.
E poi c’è l’altra storia: sempre a Novi Ligure, in un liceo. Dove, su iniziativa di pur autorevoli politici della destra alessandrina, si traccia lo stigma sulla figura di un dirigente scolastico che non fa altro se non fare bene, con spirito libero, coraggio e lungimiranza il proprio lavoro. Dice (e lo fa semplicemente mettendo un avviso in bacheca): “ragazze e ragazzi, guardate che sabato prossimo, ad Alessandria, ci sarà una manifestazione nel corso della quale sfilerà un enorme e lunghissimo lenzuolo. Un sudario, sul quale saranno scritti i nomi della migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi come voi, e di bambini. Migliaia di bambini, ammazzati a Gaza. Io non vi dico che ci dovete andare, a questa manifestazione: tocca a voi decidere. Ma, se volete, sapete che sabato c’è questa cosa qui”.
Basta questo a scatenare la destra all’inseguimento del generale Vannacci. Quei bambini di Gaza non sono vittime qualsiasi. Sono vittime di una guerra tragica e criminale, scatenata da un esercito guidato da un governo corrotto e inquinato da figure direttamente legate al suprematismo razzista di ministri come Ben Gvir e Smotrich. Ma è pur sempre il governo di una nazione “bianca”: dove a organizzare e guidare il potere sono persone che ci assomigliano. Seppure in un lontano (non lontanissimo) passato abbiamo pensato, anche noi italiani, che quelli della loro razza dovessero finire ai campi di sterminio; e abbiamo collaborato perché ciò accadesse.
Non è fuori luogo domandarsi quanto gli attacchi e le minacce di ritorsioni disciplinari nei confronti dell’incauto dirigente scolastico, siano legati a una lettura della realtà contemporanea che la nuova destra italiana, dismessi i panni e le lenti dell’antisemitismo di qualche decennio fa, interpreta soprattutto in chiave di radicale contrapposizione a ogni fermento in grado di mettere in discussione l’asse di potere globale su cui essa poggia i propri punti di forza.
Un paradigma che ha solida struttura internazionale, ma che pure intercetta anche non meno rilevanti faccende domestiche. A Meloni e soci, così come non è sfuggito quanto nella scuola e tra i giovani abbia trovato alimento la fiamma che ha spento con soffio vigoroso il referendum contro i magistrati, neppure sfugge come il “calvario” del popolo e della nazione di Palestina costituisca oggi uno dei fermenti più profondi, in grado di fertilizzare e suscitare un nuovo protagonismo politico nelle nuove generazioni. Per questo, la scuola, che dovrebbe essere luogo di libera manifestazione e discussione delle idee più diverse, va “normalizzata”. Bianca, uniforme e conforme.