Archiviato il referendum è ora di mettere mano al sistema giustizia

Italo Reale Enzo Reda Nini Sprizzi

di Enzo Reda, Italo Reale, Nini Sprizzi

Il No ha vinto in Italia ed in Calabria e questa è una buona notizia. Come è sicuramente una buona notizia il fatto che il successo è, in particolare, conseguenza del voto espresso prevalentemente dalle donne (57%) e dai giovani (61%) tra i 18 ed i 34 anni, stando alle elaborazioni del Consorzio Opinio Italia per la Rai. Il nostro Paese può, dunque, come è spesso capitato nei momenti cruciali della sua storia, sperare sulle donne e su una generazione di giovani che hanno a cuore la Costituzione e quanto in essa c’è scritto. Giovani che hanno finito di studiare o che stanno finendo, i quali si approcciano o già sono nel mondo del lavoro, pur tra mille difficoltà: una dilagante precarietà e, frequentemente, un ingiusto sfruttamento. Donne italiane che, tra l’altro, sono le meno occupate d’Europa, con un dato che si attesta intorno al 57%, a fronte di circa il 70% di quelle europee, ovviamente con ulteriore e marcata disparità se si considerano le regioni del Sud; impressionante e vergognosa fotografia di una Italia, sovente, fanalino di coda al confronto di altri Paesi della UE.
Anche in Calabria, sul recente referendum, nonostante il Si abbia prevalso in alcune zone, segnatamente in provincia di Reggio Calabria, il dato complessivo, in larga misura, ha mostrato una volontà diffusa e corale in difesa della nostra Magna Carta e a sostegno delle ragioni del No. Riteniamo a questo proposito, che sarebbe interessante che una nostra prossima riflessione si concentri sulla questione da più parti sollevata, della influenza della ‘ndrangheta nel voto per il Si in provincia di Reggio Calabria, ed in particolare in paesi come Platì, San Luca, Rosarno ecc. Tale riflessione, però, non può essere superficiale ed approssimativa, perchè denuncia non solo, una presenza ed una influenza indiscutibile delle organizzazioni ‘ndranghetiste, ma perchè quel voto porta con sè oltre componenti che nulla hanno a che fare con la mafia, come l’esigenza di avere una magistratura che non faccia di tutta l’erba un fascio, delle inchieste sempre più oculate e meno approssimative, e di avere uno Stato che sia realmente presente ed in grado di affrontare e risolvere i problemi reali di quelle comunità, e con atteggiamenti non meramente paternalistici, come spesso è accaduto in questi anni.
Oggi però chi si sente democratico e progressista, deve impegnarsi e, impegnare la propria parte politica, a riformare l’amministrazione della giustizia, una volta archiviato il referendum, e rispondere per questa via, alle tante ragioni che hanno spinto molte persone per bene a votare Si al referendum.
Non possiamo più consentire che nel nostro Paese, in particolare nelle regioni del mezzogiorno, come la Calabria, la situazione, permanga, sulla giustizia e non solo, nello stato attuale, con gli evidenti disservizi a cui i cittadini contribuenti/utenti sono sottoposti e, con i quali, sono costretti a convivere.
Non ci pare di essere lontani dal vero se affermiamo che, per superare la atavica condizione di sottosviluppo in cui versano i cittadini calabresi, sia improcrastinabile: efficientare il funzionamento della giustizia e, soprattutto, offrire, per davvero, un servizio sanitario con livelli minimi di assistenza da regione civile.
Ovviamente diverse sono le emergenze ma sanità e giustizia rappresentano i servizi a carico dello Stato che, più di ogni altro, segnalano la qualità della coesione sociale e un equo tenore di vita, senza il cui radicale miglioramento, di fatto, verrebbe a mancare il presupposto necessario per lo sviluppo della nostra terra, e ogni possibilità di colmare o, quantomeno, ridurre la disparità con il Nord
In particolare, volendo tornare sulla questione referendaria, per come abbiamo già fatto dalle colonne di questo giornale, ci preme ribadire che nessuno dei problemi dei cittadini che si incontrano e scontrano con il sistema giustizia è stato seriamente affrontato in questi anni da ogni Governo, men che meno da questo a guida Meloni, il quale ha contrabbandato una controriforma sull’ordinamento giudiziario come una panacea per i mali veri della giustizia. Mali cronici: processi lunghi rispetto alla media europea, carceri sovraffollate(il dato a fine del 2025 ci indica un tasso di detenuti superiore alla capienza possibile del 138,5%), carenza di Magistrati (circa 1.800 in meno), di personale ausiliario e amministrativo (il 40% in meno rispetto alle reali necessità), di strutture giudiziarie, 12.000 precari dell’Ufficio per il Processo a tempo determinato in scadenza tra pochi mesi i quali, più che svolgere funzioni amministrative, potrebbero coadiuvare i Magistrati in maniera sostanziale; insomma tanti nodi strutturali che andrebbero affrontati con urgenza, ora che ci si potrebbe concentrare sulle cose da fare e non sull’inutile propaganda. Certo, riaffermata l’indipendenza e unitarietà della magistratura e della sua responsabilità, a bilanciamento dell’enorme potere che esercita, occorre, come abbiamo già detto, superare alcune storture e vere proprie falle nel sistema, soprattutto penale, per rafforzare i diritti e le garanzie degli indagati. Come è dato sapere agli operatori di diritto, la fase del procedimento penale, in cui più forte è la necessaria terzietà del Giudice, è quella delle indagini che, ricordiamo, sono segrete e, proprio in questa, i P.M. richiedono eventuali provvedimenti restrittivi della libertà dell’indagato al GIP, il quale decide in assenza di contradditorio mentre l’imputato non conosce gli atti a suo carico, né le richieste della pubblica accusa e, soprattutto, non è difeso da un avvocato. Di sicuro, per alcuni reati meno gravi, in virtù delle modifiche all’art. 291 c.p.p., introdotte con la L.114/2024, un temperamento delle precedenti disposizioni relative alla custodia cautelare in fase di indagini preliminari è avvenuto, ma oltre al contenuto limitato solo a talune ipotesi, non può non rilevarsi che, il termine dei 5 giorni per l’interrogatorio preventivo dell’indagato, obiettivamente, non solo non è adeguato alla costruzione di una linea difensiva accurata ma, paradossalmente, potrebbe suonare come un pericoloso campanello d’allarme per il soggetto sottoposto all’indagine che, ove consapevole della sua colpevolezza, potrebbe darsi alla fuga.
Ma al netto, delle tecnicalità normative specifiche, il punto vero rimane, in ambito penale, di tipo generale, il rafforzamento dell’Ufficio GIP/GUP, il ruolo delle Procure e la necessità di riaffermare, nei fatti, il principio giuridico della presunzione di innocenza sancito dall’art 27 della Costituzione.
Soprattutto bisogna fornire un adeguato numero di quei Magistrati che hanno l’onere, nella fase preliminare, di garantire i diritti e decidere se rinviare a giudizio o meno chi è indagato, il cui vaglio deve essere scrupoloso rispetto alle richieste della Procura. Possibilità, certamente più concreta, se tale ruolo, per esempio, si decidesse di farlo rivestire a Magistrati esperti e non già a soggetti che rivestono tale funzione dopo solo 4 anni dalla loro nomina e, obbligatoriamente, avendo cura che abbiano svolto il ruolo di giudici del dibattimento.
Inoltre, si potrebbe anche ipotizzare che per le richieste di misure cautelari, le decisioni vengano assunte da un organo collegiale e non monocratico, proprio perché decidere sulla libertà di un cittadino richiede una attenzione massima, di sicuro più elevata se figlia di uno scrupoloso vaglio di almeno tre togati. Ovviamente, il dibattito di queste settimane di campagna elettorale sul referendum, onestamente, è stato un po’ “random”, ragione per cui le questioni si sarebbero dovute approfondire ed affrontare adeguatamente in Parlamento; invece, hanno, per semplificazione, apparentemente riguardato la riforma della giustizia e non quella dell’ordinamento giurisdizionale e della istituzione della Corte disciplinare e, soprattutto, ha riguardato altrettanto apparentemente, i mali, che si sarebbero curati, di quella penale.
E quella civile e amministrativa? Un cenno alla giustizia civile e alle sue lungaggini, solo a voler dare un’idea, appare necessario; secondo quando ci dice Banca d’Italia, una riduzione del 50% della durata dei processi civili potrebbe dare un impulso alla crescita media delle imprese manifatturiere del 10%.; insomma una giustizia lenta, non solo incide profondamente sulle persone ma anche sullo sviluppo del nostro Paese. E allora, il mondo democratico e progressista, deve insistere su questa grande e indispensabile riforma della giustizia, da effettuare in Parlamento, con gli strumenti del potere legislativo. Riavviare insomma un confronto vero per una riforma della giustizia, è una battaglia di civiltà e sociale; anche per questo oggi come non mai è il caso di organizzare un’azione collettiva, partendo dai Comitati per il No che hanno riacceso la partecipazione attiva dei cittadini e l’impegno civile. L’alternativa per l’Italia che verrà, dovrà partire anche da questo, ma la strada è ancora lunga e tortuosa.

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