di Filippo Simeone
Quello che è accaduto in Francia attorno ad ArcelorMittal non è una semplice notizia parlamentare, né una curiosità da osservare a distanza. È uno di quei fatti che, se letti bene, rivelano un mutamento profondo. Il 27 novembre 2025 l’Assemblée nationale ha approvato in prima lettura, con 127 voti favorevoli, 41 contrari e 42 astensioni, la proposta di legge presentata dal gruppo di La France Insoumise–Nouveau Front Populaire, con relatrice Aurélie Trouvé, per la nazionalizzazione di ArcelorMittal France. A sostenerla sono state tutte le forze della sinistra francese (La France Insoumise, Parti socialiste, ecologisti e comunisti) mentre i gruppi vicini alla maggioranza governativa hanno votato contro e il Rassemblement National si è astenuto. Il governo si è opposto apertamente e il Senato ha poi respinto il testo il 25 febbraio 2026. Ma sarebbe un errore fermarsi qui, cioè all’esito formale della vicenda. Il punto non è che la Francia abbia nazionalizzato davvero. Il punto è che, nel cuore dell’Europa industriale, la questione del controllo pubblico di un asset strategico è tornata a essere politicamente dicibile, praticabile, persino legittima.
Ed è precisamente questo che rende il caso francese così importante. Ci dice che qualcosa si è incrinato nel vecchio riflesso europeo secondo cui il mercato, da solo, dovrebbe essere il giudice ultimo del destino delle filiere produttive. Quando si parla di acciaio, infatti, non si parla di un settore qualsiasi. Si parla di una infrastruttura materiale della manifattura, della difesa, delle costruzioni, della mobilità, dell’energia e della transizione ecologica. Si parla, in altre parole, di una base produttiva senza la quale anche molte delle retoriche sull’innovazione rischiano di restare sospese nel vuoto.
Per anni abbiamo raccontato l’industria come un residuo del passato e il digitale come il solo linguaggio del futuro. Ma la realtà è molto più concreta, e anche molto più dura: senza capacità produttiva, senza energia, senza materiali, senza impianti, non c’è né sovranità economica né vera autonomia strategica. Parlare di manifattura, dunque, non significa affatto guardare indietro. Al contrario, significa misurarsi con uno dei pilastri ancora decisivi dell’economia europea. Nel 2023 il manifatturiero dell’Unione europea impiegava circa 30,2 milioni di persone e generava circa 2,5 trilioni di euro di valore aggiunto, confermandosi come il più grande settore dell’economia d’impresa europea sia per occupazione sia per valore creato. Allo stesso tempo, il rallentamento recente della produzione industriale dell’area euro mostra quanto la base materiale della produzione resti un nodo essenziale della competitività europea: a gennaio 2026 la produzione industriale è diminuita del 1,5% rispetto al mese precedente e del 1,2% su base annua.
Se si guarda ai numeri, questa centralità della manifattura appare con ancora maggiore evidenza. Non siamo di fronte a un settore secondario, destinato a essere soppiantato dall’intelligenza artificiale. Al contrario, anche l’economia dell’IA presuppone una solida base materiale: data centre, capacità elettrica, semiconduttori, reti, componenti, logistica, sistemi di raffreddamento, infrastrutture territoriali. Non è un caso che la stessa Commissione europea, nel quadro dell’AI Continent Action Plan, abbia indicato tra i propri obiettivi quello di triplicare la capacità dei data centre europei nei prossimi cinque-sette anni. Questo significa che anche il futuro digitale è intensamente fisico. La manifattura, dunque, non è il passato che l’innovazione dovrebbe superare, ma una delle condizioni materiali che rendono possibile anche il futuro tecnologico.
Per questo il punto non è scegliere tra digitale e industria materiale, ma capire che l’uno senza l’altra non basta. Il digitale senza base produttiva rischia di restare una sovrastruttura fragile; la manifattura senza innovazione rischia invece di entrare in una spirale di declino. L’intelligenza artificiale non va pensata come l’alternativa alla produzione fisica, ma come uno strumento per rafforzarla: efficienza energetica, manutenzione predittiva, organizzazione dei processi, sicurezza, qualità, logistica, riduzione degli sprechi. In questa prospettiva, discutere di acciaio, automotive, chimica di base, energia o materiali critici non significa indulgere in una nostalgia del Novecento, ma interrogarsi sul futuro industriale dell’Europa e sulla sua capacità di tenere insieme innovazione tecnologica, capacità produttiva, lavoro e autonomia strategica.
Il caso ArcelorMittal va letto dentro un cambiamento più ampio che investe l’intera Europa. Come ha osservato Paolo Guerrieri, la politica industriale europea sta vivendo un vero tornante: dopo anni in cui era rimasta subordinata a concorrenza, mercato interno e commercio, è tornata al centro sotto la spinta della crisi climatica, della rivoluzione tecnologica e del nuovo intreccio tra economia e sicurezza. In questa stessa direzione si colloca anche il Rapporto Draghi, secondo cui l’Unione non può più limitarsi a regolare i mercati, ma deve tornare a definire priorità strategiche, coordinare gli investimenti e difendere la propria base produttiva. La questione, dunque, non è ideologica, ma economica e geopolitica. Di fronte alla competizione di Stati Uniti e Cina, l’Europa può restare rilevante solo se riesce ad aumentare la produttività, ridurre il costo dell’energia, colmare il ritardo nell’innovazione e rafforzare le proprie filiere industriali. In questo quadro emergono tre nodi decisivi: l’energia, perché i prezzi europei penalizzano soprattutto i settori energivori; l’innovazione, perché il problema non è solo investire di più, ma trasformare la ricerca in capacità industriale e competitività; e infine la sicurezza economica, che impone di ridurre le dipendenze strategiche e rafforzare strumenti comuni per difendere l’autonomia europea.
Anche la Commissione europea, del resto, si è ormai mossa in questa stessa direzione. La Competitiveness Compass, il Clean Industrial Deal e i più recenti strumenti in materia di aiuti di Stato e mobilitazione degli investimenti segnalano che il vecchio paradigma dell’integrazione europea, fondato quasi esclusivamente su mercato, concorrenza e disciplina, non basta più. La nuova agenda europea tende sempre più a intrecciare competitività, decarbonizzazione, sicurezza economica e politica industriale.
Il nodo vero, allora, è forse questo: l’Europa non può continuare a pensarsi soltanto come grande spazio di regolazione. Per lungo tempo l’Unione ha costruito la propria forza soprattutto come potenza normativa, capace di disciplinare il mercato e fissare standard. Oggi, però, la pressione geopolitica e tecnologica mostra il limite di un’Europa che sa regolare molto meglio di quanto sappia produrre, coordinare e orientare. Il problema non è abbandonare il mercato, ma riconoscere che il mercato da solo non genera né autonomia strategica né capacità industriale. La politica industriale torna dunque centrale non come eccezione emergenziale, ma come infrastruttura permanente di governo dell’economia in una fase di trasformazione profonda.