Dissesto, serve un grande piano nazionale

Marco Ciarafoni

di Marco Ciarafoni

C’è un’immagine che più di ogni statistica restituisce la fragilità del nostro Paese. Una frana che interrompe un’autostrada, blocca una linea ferroviaria e, di fatto, divide l’Italia in due. È accaduto in Molise, dove uno smottamento ha spezzato collegamenti strategici e isolato interi territori, trasformando un fenomeno tutt’altro che eccezionale in un’emergenza nazionale.
Non si tratta di un episodio isolato, né di un evento imprevedibile. È la manifestazione concreta di una condizione ormai strutturale. Un territorio vulnerabile, esposto e troppo spesso gestito con logiche emergenziali.
L’Italia continua a pagare un prezzo altissimo a questa fragilità, che non può più essere affrontata con interventi episodici o misure tampone. Il dissesto idrogeologico non è un evento straordinario, ma una realtà permanente che riguarda oltre il 94% dei comuni italiani, con più di 8 milioni di cittadini esposti al rischio di frane e alluvioni. Ogni anno si registrano danni per miliardi di euro, senza contare le vittime e l’impatto sociale devastante sui territori colpiti.
Di fronte a questi dati, appare evidente l’assenza di una strategia nazionale all’altezza della sfida. Il governo continua a sottovalutare il problema, limitandosi a interventi frammentati e spesso tardivi, mentre sarebbe necessario un piano organico, pluriennale e strutturato. Non si tratta soltanto di mettere in sicurezza il territorio, ma di ripensare il modello di sviluppo del Paese.
Un grande piano nazionale contro il dissesto idrogeologico deve poggiare su alcuni pilastri fondamentali: investimenti certi e continuativi, semplificazione delle procedure per la realizzazione delle opere senza compromettere le giuste verifiche di impatto e la trasparenza dei progetti, rafforzamento delle competenze tecniche delle amministrazioni locali e un coordinamento centrale forte, capace di garantire tempi e risultati. Secondo stime recenti servirebbero almeno 26 miliardi di euro per mettere in sicurezza le aree più critiche del Paese. Una cifra rilevante ma comunque inferiore ai costi che ogni anno sosteniamo per i danni causati dalle calamità.
A questo si aggiunge il tema altrettanto cruciale del consumo di suolo. Negli ultimi decenni l’Italia ha continuato a impermeabilizzare territori a un ritmo insostenibile, con oltre 2 metri quadrati consumati ogni secondo. Questo fenomeno aggrava il rischio idrogeologico, riduce la capacità naturale del terreno di assorbire l’acqua e aumenta la vulnerabilità delle aree urbane.
Eppure, invece di invertire questa tendenza, il governo continua a inseguire una logica miope fatta di condoni e sanatorie, che rappresentano un incentivo all’abusivismo edilizio. È una scelta irresponsabile. Ogni condono invia un messaggio distorto ai cittadini, perché premia chi viola le regole e indebolisce la credibilità dello Stato. Ma è anche una scelta pericolosa, perché spesso riguarda edifici costruiti in aree a rischio, esponendo ulteriormente persone e territori.
Serve un cambio di paradigma. Fermare il consumo di suolo deve diventare una priorità nazionale, attraverso una legge chiara e rigorosa che punti al consumo di suolo zero, promuovendo il riuso e la rigenerazione urbana anziché nuove edificazioni. È necessario incentivare il recupero del patrimonio esistente, sostenere interventi di rinaturalizzazione e rafforzare la pianificazione territoriale.
Non possiamo più permetterci politiche basate sugli slogan o sulla gestione dell’emergenza. La sicurezza del territorio è una questione di giustizia sociale, di sviluppo economico e di tutela ambientale. È un investimento sul futuro del Paese.
È necessario continuare a sostenere con determinazione un grande piano nazionale contro il dissesto idrogeologico e una legge efficace sul consumo di suolo. Perché la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia del territorio non possono essere sacrificate a logiche di breve periodo o a interessi particolari. Servirebbero visione, responsabilità e il coraggio di compiere scelte strutturali. Diventa difficile pensarlo con il governo Meloni. Però occorre provarci, oggi più che mai.

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