di Filippo Simeone
Il vero insegnamento politico che viene dal caso ArcelorMittal non riguarda solo la Francia. Riguarda anche, e forse soprattutto, il modo in cui l’Italia pensa il rapporto tra Stato, industria e interesse collettivo. La domanda che quella vicenda rimette sul tavolo è semplice ma decisiva: che cosa facciamo quando un pezzo strategico del nostro apparato produttivo entra in crisi, viene svuotato o subordinato a logiche che non coincidono con gli interessi del Paese? Continuiamo a oscillare tra il fatalismo del “decide il mercato” e la distribuzione di denaro pubblico senza una regia strategica? Oppure proviamo finalmente a pensare lo Stato non come semplice pagatore di ultima istanza, ma come soggetto capace di orientare, negoziare, condizionare e, quando necessario, intervenire direttamente?
Per rispondere a questa domanda, la lezione di Mariana Mazzucato resta decisiva. In The Entrepreneurial State ha mostrato come lo Stato non sia stato nelle economie avanzate un attore passivo o meramente correttivo, ma abbia spesso assunto i rischi maggiori nelle fasi iniziali dell’innovazione, quando il capitale privato non era ancora disposto a investire. Il punto, allora, non è semplicemente invocare “più Stato”, ma ripensare la natura dell’intervento pubblico. Se il pubblico socializza i rischi, non può accettare che i profitti vengano interamente privatizzati. Se finanzia la ricerca di base, apre mercati e accompagna le fasi più incerte dell’innovazione, non può ridursi a un assicuratore gratuito del capitale.
Ciò che Mazzucato descrive sul piano teorico è già prassi concreta nelle altre grandi potenze. Gli Stati Uniti, con il CHIPS and Science Act, hanno combinato sussidi pubblici alla produzione e alla ricerca con vincoli stringenti e meccanismi di monitoraggio. La Cina continua a mobilitare finanza pubblica e strumenti di indirizzo per sostenere l’autosufficienza tecnologica e i settori strategici. Anche l’India utilizza risorse pubbliche per costruire capacità produttiva interna e attrarre investimenti nei comparti chiave. In altre parole, le altre grandi economie non si limitano ad “aiutare” il mercato: usano capitale pubblico per orientare ricerca, innovazione e industria, legando il sostegno a condizioni, obiettivi e verifiche.
Questo è il punto che in Italia troppo spesso si continua a eludere. Il vero discrimine oggi non è tra Stato e mercato, ma tra economie che usano il potere pubblico per orientare innovazione e produzione, ed economie che continuano a impiegare risorse collettive senza strategia, senza condizioni e senza capacità di indirizzo. Il bersaglio, allora, non è soltanto il mito del mercato autoregolato, ma anche quel modello di intervento pubblico debole in cui lo Stato si limita a finanziare o de-rischiare il privato senza orientarne davvero le scelte. In un simile schema, il pubblico assume il costo e l’incertezza, mentre il privato conserva per sé l’intero beneficio.
Affiancare a Mazzucato il riferimento al modello svedese Rehn-Meidner aiuta a chiarire ulteriormente il punto. Elaborato negli anni Cinquanta da Gösta Rehn e Rudolf Meidner, quel modello cercava di tenere insieme quattro obiettivi: piena occupazione, stabilità dei prezzi, crescita della produttività e uguaglianza salariale. L’idea di fondo era che una politica economica progressista non dovesse proteggere indistintamente ogni impresa esistente, ma favorire una trasformazione ordinata del sistema produttivo: salari solidali per comprimere le rendite delle imprese meno efficienti, politiche attive del lavoro e formazione per accompagnare i lavoratori verso i settori più dinamici, intervento pubblico per sostenere l’occupazione senza congelare strutture obsolete. In questa prospettiva, il lavoro non si difende bloccando il cambiamento, ma governandolo.
Il problema italiano non è solo la scarsità di risorse, ma soprattutto la mancanza di continuità strategica. A differenza della Francia, che conserva una tradizione di intervento pubblico mission-oriented, e della Germania, che ha costruito un ecosistema più stabile tra ricerca, industria, credito e formazione, l’Italia si è progressivamente affidata a una politica industriale frammentata, spesso ridotta a incentivi orizzontali e gestione emergenziale delle crisi. Più che gli strumenti, manca una visione capace di orientarli nel tempo.
Una politica industriale degna di questo nome dovrebbe reintrodurre il tempo lungo dentro economie dominate dal breve periodo, diventando una funzione ordinaria di governo dello sviluppo e non una parentesi da aprire solo nelle crisi. Questo limite emerge anche nell’azione del governo Meloni: è giusto riconoscere che il tema industriale è tornato al centro del dibattito e che strumenti come Transizione 5.0, i contratti di sviluppo e i tavoli del MIMIT mostrano un’attività reale. Ma proprio per questo appare ancora più evidente ciò che manca: una strategia capace di fissare priorità, selezionare le filiere decisive e costruire una governance stabile della trasformazione produttiva.
È qui che la condizionalità diventa centrale. Il problema non è solo quante risorse pubbliche mobilitare, ma a quali condizioni farlo. In Italia lo Stato è spesso intervenuto per sostenere crisi e transizioni senza pretendere obblighi stringenti su occupazione, investimenti, innovazione e permanenza produttiva. Così il pubblico ha pagato, ma troppo raramente ha orientato davvero. La condizionalità, invece, dovrebbe tradursi in impegni misurabili, monitoraggio periodico e conseguenze effettive in caso di inadempimento. Dentro questo quadro, Cassa Depositi e Prestiti può diventare uno degli snodi più importanti di una nuova politica industriale italiana. Non come semplice contenitore finanziario o ammortizzatore delle crisi, ma come il perno operativo di uno Stato capace di orientare lo sviluppo. Il Piano Strategico 2025–2027, con 81 miliardi di risorse impegnate e l’obiettivo di attivare fino a 170 miliardi di investimenti, mostra il potenziale dello strumento. Ma il punto decisivo non è solo la quantità di risorse: è il modo in cui esse vengono usate. CDP potrebbe agire come braccio finanziario di una strategia industriale nazionale, con partecipazioni mirate in imprese strategiche, sostegno a filiere ad alta intensità tecnologica, accompagnamento delle riconversioni produttive e mobilitazione di capitale privato attorno a missioni pubbliche. Il tema, da questo punto di vista, non è solo se CDP disponga delle risorse necessarie, ma se esista in Italia la volontà politica di usarla come istituzione strategica e non come semplice leva finanziaria. Il nodo politico, allora, è molto chiaro. L’Italia non può continuare a oscillare tra due estremi ugualmente sterili: da una parte la cessione o lo svuotamento di segmenti strategici dell’apparato produttivo secondo logiche esterne al Paese; dall’altra l’uso di risorse pubbliche per tamponare crisi industriali senza pretendere in cambio governance, investimenti, occupazione e rilancio produttivo. Le risorse pubbliche non possono essere trasferite a fondo perduto a soggetti che non abbiano alcun reale interesse a mantenere e sviluppare la produzione. Uno Stato innovatore credibile non distribuisce sussidi improduttivi: orienta, condiziona, accompagna e, quando necessario, presidia direttamente. Ed è proprio qui che la sinistra può ritrovare una delle chiavi della propria ricostruzione: tornare a pensare la politica industriale come il luogo in cui tenere insieme lavoro, innovazione, giustizia sociale e autonomia strategica. Non come nostalgia del passato, ma come risposta concreta al vuoto lasciato da un mercato senza governo e da uno Stato senza visione. Se saprà assumere fino in fondo questo terreno, la politica industriale potrà diventare non solo una necessità economica, ma anche una vera proposta di futuro per la sinistra italiana.