Anche solo uno di questi bambini

Toni Mira

di Toni Mira

Domani si celebra la decima edizione della Giornata della memoria e dell’accoglienza, istituita con legge nel 2016 per ricordare il terribile naufragio, a poche miglia da Lampedusa, del 3 ottobre 2013. Nell’affondamento di un barcone partito dalla Libia morirono 368 migranti, tra i quali 60 bambini, altri 155 vennero salvati, tra loro 41 minori. Più di 100 bambini erano su quel barcone, cento delle migliaia che in questi 13 anni hanno intrapreso il viaggio della speranza, coi genitori ma molto spesso da soli. E in migliaia sono morti, come allora. Secondo un recentissimo rapporto di Save the Children dal 2014 a oggi sono oltre 1.500 i bambini morti o dispersi nel Mediterraneo. Come i 34 bambini della strage di Steccato di Cutro del 26 febbraio 2023, i 17 del naufragio al largo di Roccella Jonica del 17 giugno 2024, i due bimbi ghanesi di 2 anni trovati morti di fame e di sete il 12 maggio 2025 tra le braccia delle loro giovani mamme in un gommone partito dalla Libia. Il piccolo corpo del bimbo siriano Alan Kurdi, tre anni, la sua maglietta rossa i pantaloncini azzurri, la tenerezza del poliziotto che lo aveva raccolto sulla spiaggia, nel 2015 commossero e indignarono il mondo. “Mai più” si è ripetuto. Non è stato così. Perché non basta commuoversi, bisogna muoversi. E l’indignazione è sterile se non porta a fatti concreti. Lo ha scritto con forza e chiarezza Papa Leone XIV domenica scorsa in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, intitolata proprio “Anche uno solo di questi bambini”. Una frase più volte ripetuta dal Pontefice. “Anche uno solo di questi bambini, nel contesto delle istituzioni civili, ci chiama a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. E urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani, adottando una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra”. Ma di questo non ha parlato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rispondendo il 30 settembre alla Camera al question time. Rivendicando, invece, il calo degli sbarchi dell’80 per cento in due anni, e addirittura che “in questi ultimi anni Libia e Tunisia hanno bloccato oltre 275mila partenze”. Per mandare dove questi migranti, bambini compresi? Il ministro non lo dice. Ma lo sappiamo per le tante testimonianze rese e per numerosi documenti internazionali, anche dell’Onu. Finiscono dei campi-lager delle varie milizie libiche e tunisine, legate ai governi e alla cosiddetta guarda costiera nordafricana, da dove poi fatti nuovamente partire, ovviamente a pagamento. Solo quest’anno sono state intercettate e riportate in Libia oltre 17mila persone, tra loro più di mille bambini, anche loro destinati ai lager, niente più che “merce”. E il governo che fa? Penalizza, blocca. Multa le Ong che invece salvano, “colpevoli” di non essersi coordinate con la criminale guardia costiera libica. “I risultati ottenuti sono la prova che con le politiche di rigore e di fermezza è possibile proteggere i nostri confini da flussi migratori incontrollati, fenomeno altrimenti insostenibile che prospera grazie alle reti della criminalità organizzata”, ha rivendicato Piantedosi lo stesso giorno nel quale la nave Aurora della ong Sea Watch recuperava i cadaveri di quattro bambini. Ma di questo il ministro non parla. Non parla mai dei morti. Altrimenti dovrebbe citare due organismi dell’Onu, come Oim e Unhcr che denunciano come “da inizio anno a fine settembre, sono state registrate circa 1.000 persone morte o disperse lungo la tratta del Mediterraneo centrale, il che equivale a una media di quasi quattro vittime al giorno. Il tasso di rischio per chi intraprende la traversata è sensibilmente aumentato, passando da un decesso registrato ogni 60 arrivi nello stesso periodo dello scorso anno, a un rapporto stimato di uno ogni 23 nel 2026”. Si parte meno, si muore di più o si viene nuovamente deportati. Questi i “successi” i “risultati ottenuti” dal Governo. “Quasi ogni morte e scomparsa in mare è prevenibile”, osserva Amy Pope, direttrice generale dell’Oim, chiedendo cooperazione internazionale, protezione e canali sicuri e regolari. Alcuni mesi fa Papa Leone aveva denunciato con forza. “Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani”. Cpr, remigrazione, espulsione, campi in Albania. E criminalizzazione dei minori, etichettati come “maranza”, “baby gang”, etnici violenti, da chiudere in cella sempre più piccoli. O da abbandonare alla strada, salvati dal mare e ora perduti in terra. Così le parole di Prevost di domenica diventano una precisa accusa. “Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente”. E’ anche quel limite del 30% di alunni stranieri nelle classi che il Governo vuole imporre. Sarebbe come ributtarli in mare proprio mentre la scuola, gli altri bambini italiani e gli insegnanti, li stanno salvando così come sono stati salvati loro o i loro genitori dalle onde di quello che Papa Francesco chiamava “mare mortuum”. Facciamo in modo che anche l’Italia non sia “terra mortuum” ma davvero terra nostra, di tutti, concretizzando davvero le parole di Cristo “Ero straniero e mi avete accolto”.

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