La geografia amministrativa nella crisi ecologica

Filippo Simeone

di Filippo Simeone

Per molto tempo abbiamo pensato che fosse sufficiente modificare le politiche pubbliche mantenendo sostanzialmente invariata l’architettura delle istituzioni al fine di mitigare gli effetti del cambiamento climatico: produrre più energia rinnovabile, ridurre le emissioni, proteggere le foreste, intervenire sul consumo di suolo, adattare le città alle temperature crescenti. Tutto necessario. Ma potrebbe non essere più sufficiente.

Il cambiamento climatico pone infatti una questione più radicale: le istituzioni attraverso cui governiamo il territorio corrispondono ancora alla realtà materiale che dovrebbero amministrare?

Un fiume attraversa più Regioni. Una falda acquifera non riconosce il confine di una Provincia. L’inquinamento atmosferico si muove lungo una pianura indipendentemente dalle competenze delle singole amministrazioni. Una catena montuosa, una foresta, un sistema costiero o un bacino idrografico costituiscono unità ecologiche che raramente coincidono con quelle politiche. Eppure continuiamo a prendere una parte considerevole delle decisioni ambientali dentro confini costruiti attraverso processi storici, amministrativi ed economici che avevano ben poco a che vedere con il funzionamento degli ecosistemi.

Non è semplicemente un problema tecnico di coordinamento tra enti. È una questione di potere. Disegnare un confine significa stabilire quali problemi vengono considerati comuni, quali interessi devono essere mediati insieme e quale comunità politica è chiamata a decidere su una determinata risorsa. Ogni geografia amministrativa contiene anche una particolare idea di società e di sviluppo.

La proposta delle eco-regioni di Jean-Luc Mélenchon parte da un’intuizione semplice ma radicale: se la crisi ecologica modifica le condizioni materiali nelle quali una società può continuare a vivere e produrre, la transizione non può limitarsi a cambiare le politiche delle istituzioni, ma può richiedere anche una diversa organizzazione territoriale del potere. Già presente nel programma di La France insoumise del 2022 e rilanciata nel 2026 nel progetto della Sesta Repubblica, la proposta prevede di riorganizzare il livello regionale intorno ai grandi bacini idrografici, facendo delle eco-regioni il perno della pianificazione ecologica. A queste strutture verrebbero affidate competenze su acqua, suolo, biodiversità, foreste, qualità dell’aria, mobilità e prevenzione dei rischi climatici, mentre Comuni e consigli di quartiere costituirebbero la base della nuova democrazia territoriale.

Prima di chiederci quanto una Regione riesca ad attrarre, dovremmo domandarci quanta acqua possiede, quale sia la qualità dei suoi suoli, quanto siano resilienti i suoi ecosistemi, quanto sia esposta alle alluvioni, agli incendi o alla siccità e quale capacità abbia di garantire nel tempo le condizioni fondamentali della vita collettiva.

La proposta delle eco-regioni mira a trasformare la Regione da spazio prevalentemente orientato alla competitività economica a livello territoriale della riproduzione ecologica. In questa prospettiva, LFI immagina una vera “Repubblica ecologica”, nella quale la tutela dell’ambiente entri nel funzionamento stesso delle istituzioni. Le eco-regioni diventerebbero il livello intermedio della pianificazione, con compiti di tutela di acqua, aria, suoli ed ecosistemi, prevenzione di alluvioni e altri rischi climatici e adattamento al cambiamento climatico. Cambierebbero anche i criteri con cui valutare il successo di un territorio, affiancando agli indicatori economici quelli relativi alla salute ambientale, alla disponibilità delle risorse e alla resilienza degli ecosistemi. A ciò si aggiunge la proposta di una “coscrizione ecologica”, con cittadini formati per affiancare la protezione civile regionale durante incendi, alluvioni ed emergenze climatiche.

Ma la domanda che pone è più importante della risposta definitiva che Mélenchon riuscirà eventualmente a costruire.

Ed è una domanda che riguarda direttamente anche l’Italia.

Perché, sorprendentemente, noi una carta delle eco-regioni l’abbiamo già.

In Italia esiste da anni una ricerca scientifica che propone di leggere e pianificare il territorio attraverso unità ecologiche, anziché basarsi esclusivamente sui confini amministrativi. Un riferimento centrale è il lavoro del botanico ed ecologo Carlo Blasi, che già nel 2010 coordinò uno studio per la Strategia nazionale per la biodiversità. Da questa linea di ricerca è nata la Map of the Terrestrial Ecoregions of Italy, elaborata da Blasi insieme a Giulia Capotorti, Riccardo Copiz, Domenico Guida, Barbara Mollo, Daniela Smiraglia e Laura Zavattero, che suddivide il territorio italiano secondo criteri climatici, biogeografici, geomorfologici, vegetazionali e idrografici.

La carta che ne deriva racconta un’Italia diversa da quella che siamo abituati a osservare sulle mappe politiche. La Pianura Padana emerge come un sistema ecologico unitario; le Alpi formano una propria provincia; l’Appennino costituisce una continuità che attraversa gran parte della penisola; nell’Italia mediterranea emergono sistemi tirrenici e adriatici.

Questo significa, per esempio, che l’Emilia-Romagna non costituisce dal punto di vista ecologico un territorio unitario: la sua pianura appartiene a un sistema condiviso con Lombardia, Piemonte e Veneto, mentre la sua montagna entra nella continuità dell’Appennino. Lo stesso avviene in numerose altre Regioni italiane.

La cosa più interessante è che questa geografia non è rimasta confinata all’accademia. L’Istat ha sviluppato, in collaborazione con il Centro interuniversitario della Sapienza che ha lavorato alla classificazione ecoregionale, una classificazione dei Comuni italiani secondo le Ecoregioni. Dal 2020 la statistica è disponibile in forma ufficiale e consente di leggere congiuntamente caratteristiche climatiche, biogeografiche, fisiografiche e idrografiche insieme ai dati socio-demografici ed economici dei territori.

Gli stessi studi italiani sottolineano che queste unità possono essere utilizzate indipendentemente dai confini amministrativi e a scale differenti in funzione delle esigenze di pianificazione e valutazione.

La differenza tra ciò che abbiamo fatto in Italia e ciò che Mélenchon propone in Francia è quindi soprattutto politica. Noi abbiamo costruito una geografia ecologica. La proposta francese prova a trasformare una geografia ecologica in una geografia del potere.

È questo passaggio che dovremmo avere il coraggio di discutere.

L’idea delle eco-regioni non implica cancellare automaticamente le Regioni esistenti o trasformare ogni confine ecologico in un confine politico. Significa però riconoscere che l’attuale articolazione regionale non è immutabile e può essere ripensata alla luce delle nuove sfide climatiche. L’Italia potrebbe quindi avviare un cantiere nazionale, coinvolgendo istituzioni scientifiche, università ed enti territoriali, per costruire una nuova geografia della pianificazione ecologica. In una prima fase, le eco-regioni potrebbero affiancare le Regioni attuali con competenze effettive su questioni che superano i confini amministrativi, come acqua, aria, suolo, biodiversità, siccità, alluvioni, incendi e adattamento climatico.

La Pianura Padana rappresenta uno dei casi più evidenti in cui la geografia ecologica supera quella amministrativa: inquinamento, risorse idriche, agricoltura, industria e consumo di suolo producono effetti che attraversano continuamente i confini regionali. Dal punto di vista ecologico è già un sistema unitario, mentre politicamente continua a essere governata in modo frammentato. Lo stesso vale per Alpi, Appennino e sistemi costieri, dove problemi come incendi, dissesto idrogeologico, biodiversità, disponibilità idrica e abbandono delle aree interne richiedono una pianificazione capace di superare gli attuali confini regionali.

Decidere chi utilizza l’acqua durante una siccità significa distribuire costi e opportunità. Stabilire dove non si possa più costruire significa incidere sul valore della proprietà. Rinaturalizzare un fiume significa decidere come utilizzare il territorio. Per questo l’ecologia non può continuare a essere soltanto un assessorato, un ministero o una serie di vincoli aggiunti successivamente alle altre politiche. Deve diventare una parte della nostra concezione della democrazia economica e territoriale.

La Sinistra italiana dovrebbe raccogliere questa intuizione e farne una propria proposta. Perché la transizione ecologica non significa soltanto produrre energia in modo diverso o ridurre le emissioni. Significa decidere collettivamente come abitare il territorio, come utilizzare l’acqua, il suolo e le foreste e quali limiti siamo disposti a darci per garantire anche in futuro le condizioni materiali della vita. Se vogliamo davvero costruire una Repubblica ecologica, allora dobbiamo avere il coraggio di porci anche una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile: non soltanto quali politiche debbano fare le nostre Regioni, ma se le Regioni attraverso cui abbiamo organizzato il Novecento siano ancora quelle attraverso cui vogliamo governare il XXI secolo.

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