Donne che puniscono donne. Il paradosso del Melonellum

Cecilia D’Elia Riviello

di Cecilia D’Elia, pubblicato oggi sul quotidiano Il Domani

La questione di genere agita le acque della discussione sulla legge elettorale targata Meloni. Proposta pessima, che altera la rappresentanza parlamentare fino a consentire un premio che fa arrivare chi vince quasi sulla soglia della maggioranza qualificata, mette in discussione le prerogative del Presidente della Repubblica, inserendo l’indicazione del/della premier, cancella nel conteggio dei voti di coalizione le forze minori. Ebbene questa proposta crea malumori tra le donne, anche del centrodestra (tra le altre, naturalmente, non certo all’ape regina che ne è l’ispiratrice).

La proposta porta l’imprimatur della prima donna presidente del consiglio, ottanta anni dopo il primo voto delle donne italiane.

Esito paradossale di una vicenda – quella della cittadinanza delle donne – in cui rimane irrisolta la tensione tra il compimento del processo di emancipazione (più donne in Parlamento) e l’apertura di una strada nuova, quella del mutamento simbolico, della messa in discussione di una sfera politica maschile che non prevedeva le donne come soggetto.

La critica del femminismo alla politica ha operato e ancora opera dentro la crisi della rappresentanza e delle forme politiche, travolte anche dalle domande di cittadinanza delle nuove soggettività, non solo dai progetti illiberali. E forse ci dice anche qualcosa sull’astensionismo delle donne, sul fatto che la politica così com’è non le attrae, sembra non dire nulla di significativo sulla loro vita. Poche donne nelle istituzioni non è tanto una questione di numeri, di percentuali, di quote. È un problema di qualità della democrazia, intesa come capacità di questa di rappresentare le differenze e la complessità della società e di dare risposte alle domande che ne emergono. 

La politica dovrebbe interrogarsi sull’astensionismo e lavorare a ricostruire quel nesso tra vita e politica, che è stato all’origine della lotta per la cittadinanza.

Ma, ancora una volta, si lavora invece a indebolire la rappresentanza. Per far finta che non sia così, si concede qualche preferenza di risulta, che interesserà solo le liste delle forze politiche più grandi, quelle che eleggono più parlamentari in ciascuna circoscrizione. Come è sfuggito anche al ministro Ciriani, il senso della legge è un altro: quello di prefigurare il premierato, il progetto presidenzialista che passa attraverso l’esautoramento del Presidente della Repubblica come autorità di garanzia e rappresentante dell’unità nazionale. 

Ma con le donne i conti non tornano; questa legge cancella anche una storia che ha promosso norme antidiscriminatorie nelle leggi elettorali e su questo ha persino ritoccato la Costituzione, per rispondere ad una sentenza della Corte costituzionale del 1995. La legge del 2003, con la quale è stato inserito un secondo periodo all’articolo 51, secondo cui la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne, porta la firma della Ministra berlusconiana Stefania Prestigiacomo.

Si può discutere, e chi scrive lo pensa, se sia stato un errore in quegli anni Novanta aver troppo spesso affidato al solo mutamento delle regole il cambiamento politico, ma non si discute, almeno per me, l’importanza di queste norme. L’esperienza del 2022, dopo il taglio dei parlamentari, e della tornata di elezioni che si sono tenute in tutto il mondo nel 2024, ci dice che appena si apre una crisi saltano le donne. La percentuale di donne elette è diminuita a livello globale. Siamo nel pieno di un’ondata di revanchismo maschile. Vannacci lo rivendica, gli altri lo fanno.

Il paradosso italiano è che il primo governo guidato da una donna trova l’accordo sulla legge elettorale cancellando le norme di equilibrio di genere nella rappresentanza. Ci hanno provato con un emendamento alla Camera, bocciato dal voto segreto, grazie al protagonismo delle deputate. Sembra ci stiano riprovando con un emendamento che verrà depositato al Senato. L’emendamento su cui pare ci sia un accordo, per come anticipato dalla stampa, di fatto cancella la norma dell’attuale legge elettorale per cui nessuno dei due generi può superare il 60% dei capilista a livello nazionale. Norma determinante, visto che pochi partiti eleggeranno più dei capilista. Un passo indietro non da poco, irricevibile, come il complesso della proposta. Ma forse non è tanto un paradosso visto che Giorgia Meloni, che vuole farsi chiamare come un uomo, ancora in una recente intervista al New York Times le ha liquidate come battaglie sbagliate delle femministe, probabilmente tra le esagerazioni woke di cui disfarsi. Del resto, lei si rappresenta come una politica che ha saputo imporsi, a differenza di quelle che avrebbero avuto bisogno “degli strapuntini delle quote”, donne che non sanno competere per il potere, che si riuniscono tra di loro perché pensano di non poter sfidare gli uomini. Viene così liquidata, da chi non ne ha mai fatto parte, una storia di autonomia, battaglie collettive e conquiste per tutte. Ma evidentemente il “per tutte” alla destra meloniana non interessa. Del resto, la loro cultura istituzionale (tutto il potere al capo), non può che far strame della rappresentanza e ignorare l’autonomia femminile.

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