di Italo Reale, Enzo Reda, Nini Sprizzi
Stiamo attraversando un’estate segnata da temperature eccezionalmente elevate, da numerose vittime per il caldo estremo e da incendi devastanti in Italia e nel resto d’Europa.
La gravità e i rischi di questa fase derivano anche dall’incapacità dell’attuale classe dirigente di emanciparsi dagli enormi interessi legati a un modello di sviluppo fondato sulle fonti fossili. In questa prospettiva, le emissioni climalteranti continuano a essere considerate il costo inevitabile della crescita economica e del profitto, anziché una minaccia sistemica per gli ecosistemi, la salute e la coesione sociale.
I governanti persistono così nel difendere un modello di sviluppo che dovrebbe, al contrario, essere progressivamente superato. Da un lato, propongono di affrontare la crisi energetica attraverso la controversa prospettiva di nuove centrali nucleari; dall’altro, non scongiurano con sufficiente fermezza il rischio di un ritorno al carbone. Si tratta di scelte che distolgono risorse, tempo e attenzione dalla necessaria accelerazione della transizione ecologica.
L’impressione netta, dunque, è che l’attuale classe di governo non disponga degli strumenti culturali e politici necessari per affrontare la crisi climatica: per troppo tempo l’ha negata e ancora oggi tende a ridimensionarne la portata.
La verità è che il nostro Paese deve trasformare radicalmente sia il sistema di produzione dell’energia sia i meccanismi che ne determinano il prezzo. L’Italia deve orientarsi con decisione verso l’energia solare ed eolica, ormai competitive rispetto alla generazione fondata sulla combustione di carbone e gas naturale. Serve, tuttavia, una strategia organica di politica energetica, coordinata con l’Unione europea, capace di accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili e di sostenere gli investimenti industriali nella produzione di pannelli fotovoltaici, turbine, sistemi di accumulo e tecnologie di rete. Parallelamente, occorre coinvolgere e sostenere le famiglie, le comunità energetiche rinnovabili, gli enti locali e il sistema produttivo.
È inoltre indispensabile riformare il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia, disaccoppiando il prezzo dell’elettricità da quello del gas, affinché quest’ultimo non continui a determinare in modo sproporzionato il costo finale sostenuto da famiglie e imprese.
Il governo italiano, ciononostante, appare impegnato su tutt’altro fronte. Anziché concentrare l’azione pubblica sui problemi reali che gravano sulla vita degli italiani, persegue una strategia di distrazione di massa.
Nella narrazione governativa, le sole emergenze sembrano essere l’immigrazione e la cosiddetta sicurezza. Si approva l’ennesimo decreto in materia, si rincorre Vannacci mentre rilancia lo slogan della «remigrazione» e si arriva persino a provocare un grave incidente diplomatico con il governo spagnolo, prospettando la sospensione unilaterale del trattato di Schengen e accentuando l’isolamento dell’Italia nel contesto europeo.
Non vi è dubbio che i grandi movimenti di popolazione abbiano storicamente suscitato timori nelle comunità di arrivo. Ciò contribuisce a spiegare la nuova popolarità di una destra che propone soluzioni tanto semplicistiche quanto inefficaci. Questo, comunque, non può distogliere l’attenzione dalla crisi dell’estate in corso: non un fenomeno transitorio, ma un ulteriore e drammatico avvertimento che il clima è già cambiato. Occorre ridurre rapidamente le emissioni di gas a effetto serra, abbandonare i combustibili fossili e sviluppare al massimo le energie rinnovabili, insieme all’efficienza energetica e ai sistemi di accumulo.
Questa è la sfida decisiva del nostro tempo. Non è la guerra di Putin né quella di Trump e non richiede nuove armi, bensì investimenti, ricerca, cooperazione e una nuova classe dirigente pienamente consapevole del rischio che l’umanità sta correndo.
Alla luce anche di queste considerazioni, è necessario tornare alla Calabria e alle emergenze che la regione sta affrontando durante la stagione estiva.
La Calabria brucia, e troppo spesso viene lasciata bruciare. Secondo i dati rilevati dall’ISPRA, nei primi sette mesi dell’anno la regione si colloca al secondo posto in Italia per superficie percorsa dal fuoco: circa 78 km² devastati dagli incendi. La precede soltanto la Sicilia, che detiene, con ampio margine e anche in termini proporzionali, il primato negativo di questa drammatica classifica, con 510 km² interessati dalle fiamme. L’ultimo incendio di particolare gravità ha colpito, pochi giorni fa, tra 900 e 1.000 ettari di bosco e macchia mediterranea in alcuni comuni del Parco nazionale del Pollino.
La crisi climatica costituisce il quadro generale e globale che accresce frequenza, intensità e capacità di propagazione degli incendi. Non è, tuttavia, l’unica causa, soprattutto alle nostre latitudini, dove ai suoi effetti si sommano decenni di incuria, ritardi amministrativi, carenze nella prevenzione e interessi speculativi e opachi. Il caso calabrese restituisce una realtà complessa, nella quale si intrecciano fragilità territoriale, pianificazione inadeguata, insufficiente gestione e manutenzione dei boschi, pressioni economiche e interessi criminali. Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore del rischio: i danni aumentano quanto più gli interventi necessari vengono rinviati, sottovalutati o elusi dalla politica e dalle istituzioni.
Lo scenario che si ripresenta puntualmente ogni estate, con incendi devastanti in numerose regioni del mondo, è uno dei segnali più evidenti della crisi climatica. Secondo uno studio pubblicato su «Scientific Reports», dal 1981 a oggi l’intensità e la propagazione degli incendi boschivi sono aumentate del 50% in Europa, in particolare nelle aree comprese tra la Penisola iberica, la Francia, l’Italia e la Grecia. Non a caso, il bacino del Mediterraneo è riconosciuto come uno dei principali hotspot climatici del pianeta: qui siccità, eventi meteorologici estremi e processi di desertificazione si manifestano con intensità crescente.
La Calabria rappresenta un osservatorio paradigmatico del circolo vizioso che collega cambiamento climatico, scarsità idrica, perdita di biodiversità e crescente vulnerabilità dei suoli. Circa il 50% del territorio regionale è classificato come «critico», mentre la capacità di previsione e prevenzione resta insufficiente. Sul fronte degli incendi, soltanto 67 comuni su 404 dispongono di un catasto aggiornato, secondo quanto riportato dall’ultimo Piano regionale antincendi boschivi. A ciò si aggiunge la debolezza dell’azione di contrasto agli interessi opachi e criminali che ruotano intorno alla cosiddetta «emergenza incendi»: un insieme di fattori che produce conseguenze gravissime per gli ecosistemi e il territorio.
Nelle tre grandi piane di Sibari, Lamezia e Gioia Tauro, la situazione è ulteriormente aggravata dall’agricoltura intensiva. In condizioni di scarsità idrica, il ricorso all’autoapprovvigionamento e a prelievi incontrollati dalle falde può favorire la salinizzazione dei suoli e degli acquiferi. Il degrado della struttura del terreno ne riduce la capacità di assorbire le precipitazioni, contribuendo ad accrescere il rischio di frane, allagamenti e dissesto idrogeologico. Si delinea, dunque, un quadro complesso, determinato dall’interazione tra molteplici fattori ambientali, sociali, economici e istituzionali. Che cosa fare? Il destino della Calabria — e non soltanto della Calabria — non è necessariamente quello di una terra desertificata e devastata dal fuoco. Di fronte al cambiamento climatico, occorre costruire un futuro diverso attraverso politiche capaci di pianificare il territorio, prevenire gli incendi, tutelare le risorse idriche e la biodiversità, assicurare la manutenzione degli ecosistemi forestali e perseguire con rigore ogni forma di illegalità. Solo una strategia integrata di mitigazione e adattamento potrà contribuire ad affrontare la grande crisi del nostro tempo: la crisi climatica. Buon ferragosto!