di Aurelio Angelini, Italo Reale e Enzo Reda
Il primo di questo mese è scomparso Gianni Francesco Mattioli. Era, prima di tutto, una presenza. Quella di un uomo capace di entrare in un’aula universitaria, in una piazza o in un’assemblea di movimento e di catalizzare immediatamente l’attenzione, non per la forza della voce o per l’autorevolezza del titolo, ma per quella rara alchimia di rigore scientifico e passione civile, di ironia e profondità, di eleganza e calore umano. C’era in lui qualcosa di aristocratico nell’apparenza, un certo portamento, una certa precisione nel pensiero e nel gesto, che conviveva però con un approccio genuinamente aperto, con la capacità di ascoltare davvero, di far sentire a proprio agio chiunque gli stesse di fronte. Aveva anche un’anima artistica autentica: amava la musica, la pittura. Era un affabulatore straordinario.
Il suo nome è indissolubilmente legato a quello di Massimo Scalia, scomparso meno di tre anni fa, con il quale ha formato una delle coppie più feconde della storia dell’ecologismo italiano. Due splendidi interpreti della vita, complementari e inseparabili, che l’uno dell’altro, con affetto e ironia, dicevano il mio “socio di sempre”.
Nella storia dell’ambientalismo italiano è raro, rarissimo, che uomini con una formazione scientifica autentica, fisici e matematici di valore accademico riconosciuto, scelgano di diventare leader di un movimento popolare. Di scendere dall’università alla società civile non come esperti chiamati a testimoniare, ma come militanti, come organizzatori, come voci pubbliche. Gianni Mattioli e Massimo Scalia lo hanno fatto. Erano espressione reale di quel movimento antinucleare che hanno contribuito a costruire e a rendere credibile agli occhi dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Uomini di scienza prestati alla politica, o forse, più esattamente, uomini che hanno rifiutato di scegliere tra le due.
Uno dei passaggi decisivi del loro impegno comune fu la battaglia contro la centrale nucleare di Montalto di Castro, nella Maremma laziale. In quegli anni, Gianni e Massimo, colleghi e fraterni amici, due fisici che conoscevano la materia dall’interno condussero quella campagna con un rigore scientifico basato su dati inoppugnabili, fondando il Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche: uno strumento formidabile e innovativo per fornire ai cittadini le informazioni necessarie contro l’opzione nucleare e a favore di piani energetici sostenibili e alternativi. Alcuni anni dopo diedero vita alla rivista “Quale Energia”, ponendo definitivamente le basi dell’ambientalismo scientifico italiano.
Eletto alla Camera nel 1987, nel piccolo e battagliero gruppo parlamentare della Lista Verde, di cui fu presidente per i primi due anni, rimase deputato fino al 2001. Ricoprì l’incarico di sottosegretario al Ministero dei Lavori Pubblici nei Governi Prodi e D’Alema, per poi diventare Ministro per le Politiche Comunitarie con Amato presidente del Consiglio. In mezzo a questi ruoli istituzionali, un’infinità di battaglie concrete: alcune vinte, come quella per il nucleare nel referendum del 1987 e in quello, più recente, del 2011; alcune leggi cruciali, come la Legge Quadro sulle Aree Protette del 1991, quella sul risparmio energetico e le energie rinnovabili, e la legge per la messa al bando dell’amianto, presentata insieme a Scalia.
Tra tutte le battaglie che ha combattuto, quella contro il nucleare civile e militare è forse quella che meglio incarna il metodo Mattioli: scienza, etica e coraggio civile fusi in un’unica voce. Non fu una posizione ideologica o emotiva. Fu la conclusione razionale di un fisico che conosceva per studio e competenza le cose di cui parlava, che aveva analizzato i dati, che aveva valutato i rischi e che proprio per questo si sentiva in dovere di dirlo ad alta voce, anche quando non era comodo farlo. Come amava ripetere: “L’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità democratica”.
Fino alla fine, quell’impegno non si era spento. Una delle sue ultime uscite pubbliche fu l’appello, come primo firmatario, ai ministri Picchetto Fratin e Schillaci sul caso del lavoratore dell’Enea di Casaccia contaminato dal plutonio durante lo smontaggio di un contenitore radioattivo. Un episodio che il Governo tentò sbrigativamente di derubricare a “fatto anomalo e non previsto”, e che Mattioli, con la precisione e l’indignazione che lo contraddistinguevano, denunciò per quello che era: un vero e proprio incidente nucleare, ennesima prova dell’inadeguatezza nel gestire il decommissioning degli impianti e la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi.
Per uno di quegli strani e amari giochi del destino, a ridosso della morte di Gianni Mattioli, la Camera ha approvato una legge delega per il ritorno del nucleare in Italia. Una tecnologia che il Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha definito, più volte, “più vecchia del transistor”. Una scelta che calpesta, con una disinvoltura che lascia senza parole, non uno ma due referendum popolari, espressi a distanza di ventiquattro anni l’uno dall’altro, nei quali il popolo italiano ha detto no al nucleare con chiarezza inequivocabile. È un fatto senza precedenti nella storia della nostra Repubblica: non si ricorda un altro caso in cui un Governo democratico abbia scelto deliberatamente di ignorare due volte la volontà popolare sullo stesso tema, come se quei milioni di voti fossero stati un incidente di percorso da correggere.
Gianni Mattioli avrebbe risposto senza esitazione: si torna in piazza, si raccolgono le firme, si propone un nuovo referendum. Il movimento che lui e Massimo hanno contribuito a costruire ha già vinto due volte. Può vincere ancora. Deve vincere ancora.
Ci lascia un’eredità preziosa per affrontare le grandi crisi del presente con gli strumenti della ragione, con il rigore della conoscenza e con il coraggio dell’azione. Sapendo, come sapeva lui prima di molti altri, che non può esistere giustizia ambientale senza giustizia sociale, che la difesa della natura coincide con la difesa dei diritti delle persone, che la crisi climatica è prima di tutto una grande questione democratica e morale.