di Enzo Reda, Italo Reale e Ninì Sprizzi
Il grande meridionalista Giustino Fortunato definiva la Calabria, agli inizi del Novecento, uno sfasciume pendulo sul mare: fragile dal punto di vista geologico, ma anche sociale e politico, perennemente sospesa sull’orlo dell’abisso. Questa immagine — nitida e calzante per la Calabria e gran parte del Mezzogiorno — è in realtà da sempre rappresentativa dell’intero territorio nazionale: l’Italia frana.
Le alluvioni del 1966, che devastarono diverse regioni settentrionali causando decine di vittime, sono ancora oggi impresse nella memoria collettiva, come tante altre catastrofi precedenti e successive. Oggi abbiamo negli occhi le immagini di Niscemi di poche settimane fa e, più di recente, quella della statua di Alarico quasi sommersa dalla piena dei fiumi Busento e Crati, quest’ultimo esondato con furia devastatrice nella Piana di Sibari. Eppure, già nel 1970 veniva pubblicato il Rapporto della Commissione De Marchi, istituita proprio a seguito delle alluvioni di quegli anni, nel quale — oltre a una puntuale descrizione dei rischi idrogeologici — si prospettavano interventi strutturali di sistemazione idraulica e difesa del suolo nell’arco di un trentennio. Quelle raccomandazioni hanno trovato attuazione? In misura assai limitata, e certamente non in maniera sistematica né tempestiva. Si è rincorsa l’emergenza, intervenendo quasi sempre a posteriori, anziché pianificare e realizzare le opere di prevenzione necessarie.
Un solo dato rende la misura del problema: secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), il 94,5% dei comuni italiani — oltre 7.400 — è a rischio di dissesto idrogeologico per frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe, con circa 8 milioni di persone residenti in aree ad elevata pericolosità. Di fronte a numeri simili, la politica e le istituzioni non possono continuare a rinviare: è necessario affrontare questa grave minaccia con competenza, visione strategica e continuità d’azione. Occorre abbandonare definitivamente la cultura fatalista dell’emergenza per adottare un approccio scientifico fondato sulla precauzione e sulla prevenzione, finalizzato a pianificare, monitorare e mettere in sicurezza il territorio prima che gli eventi disastrosi si verifichino.
Questo cambio di paradigma è tanto più urgente quanto più evidente risulta la fragilità strutturale geomorfologica del nostro Paese, aggravata dall’instabilità climatica che caratterizzerà i prossimi decenni. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), organismo delle Nazioni Unite che monitora i cambiamenti climatici, prevede tra il 2030 e il 2040 un aumento medio delle temperature nel Mediterraneo centrale di +1,5°C, accompagnato da un incremento degli eventi di precipitazione estrema compreso tra il 15 e il 30%, a fronte di una contestuale riduzione delle precipitazioni medie annuali di circa il 20%. Si tratta di un cocktail idroclimatico di straordinaria pericolosità, caratterizzato dall’alternanza di prolungati periodi di siccità e di improvvise, violente precipitazioni concentrate.
A questi fattori naturali si aggiunge la cattiva gestione del territorio da parte di una classe politica spesso incurante delle reali priorità del Paese. Non va però sottaciuta un’altra pratica altrettanto dannosa e tristemente radicata, in particolare nelle regioni meridionali: l’abusivismo. Vero e proprio fenomeno endemico, spesso giustificato dallo stato di necessità, esso si manifesta tanto in ambito edilizio quanto in quello agricolo. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: consumo di suolo incontrollato, costruzioni realizzate in zone dove non avrebbero mai dovuto sorgere strutture permanenti — aree costiere soggette a erosione, pendii instabili, zone agricole arbitrariamente trasformate in residenziali — fino all’occupazione abusiva degli alvei fluviali per impiantare agrumeti e altre colture.
Le conseguenze di tutto ciò sono prevedibili e inevitabili: quando piogge intense cadono su suoli impermeabilizzati dall’urbanizzazione, quando strutture di contenimento inadeguate cedono sotto la spinta di un versante instabile, quando un corso d’acqua non trova più il suo naturale spazio di espansione, il rischio si trasforma in catastrofe. È dunque urgente dotarsi di una legge nazionale sul consumo di suolo coerente con gli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con quelli europei, che prevedono il raggiungimento del consumo netto di suolo pari a zero entro il 2050.
Gli interventi prioritari sono chiari: delocalizzare edifici e infrastrutture presenti in aree classificate ad elevato rischio idrogeologico, con particolare attenzione al Mezzogiorno; avviare un piano strategico di riforestazione del territorio, strumento essenziale non solo per il contrasto ai cambiamenti climatici, ma anche per prevenire erosioni, frane e smottamenti; garantire la pulizia, la cura e la manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e dei canali di drenaggio; contrastare con fermezza ogni forma di abusivismo edilizio e agricolo. In una parola: attuare un serio e strutturato governo del territorio.
Risulta quindi tanto più grave apprendere che l’attuale Governo ha tagliato 6,5 miliardi di euro destinati alla prevenzione del dissesto idrogeologico — come denunciato di recente dalla presidente dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) in audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico. A questo si aggiunge il depauperamento del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, con risorse sottratte allo sviluppo di infrastrutture, trasporti e servizi in Calabria e Sicilia, dirottate verso il progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina — un’opera attualmente bloccata a seguito dell’intervento della Corte dei conti, che ne ha disposto la sospensione cautelativa. Imprimere un cambiamento di rotta è una necessità improcrastinabile, per proteggere il territorio, salvaguardare vite umane e garantire un futuro sostenibile. La responsabilità è della politica, ma dipende anche da ciascuno di noi.