di Italo Reale, Enzo Reda, Ninì Sprizzi
Sopravviverà la Democrazia in America all’immane ciclone che le si è abbattuto addosso con l’avvento di Trump alla presidenza degli USA? E che ne sarà delle democrazie europee e di quelle degli stati occidentali i cui equilibri consolidati scricchiolano sotto gli effetti destabilizzanti delle politiche messe in atto dal Presidente americano? Sono le domande che in queste settimane assillano le menti di ogni sincero democratico che sta assistendo sconcertato a ciò che sta avvenendo in alcune città degli Stati Uniti governate dai democratici ed in particolare a Minneapolis, dove agenti federali dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che, su mandato di Trump sono incaricati di far rispettare le leggi sull’immigrazione, di fatto sono stati impegnati in una vera e propria “caccia all’immigrato”, giungendo persino ad utilizzare un bambino di 5 anni come esca per catturare ed espellere il padre dagli USA. Questi agenti, reclutati attraverso slogan suprematisti, si muovono ed agiscono senza divisa, col volto coperto da passamontagna, usano i metodi della prepotenza e della violenza indiscriminata, seminando terrore tra i cittadini nella consapevolezza di poter agire indisturbati, perché protetti dall’ Amministrazione Trump. In questo clima di violenza e di terrore, gli agenti dell’ICE, il 7 gennaio, a Minneapolis, hanno ucciso Renee Nicole Good, cittadina americana di 37 anni, madre di tre figli, impegnata in difesa degli immigrati. Trump ha sostenuto che si trattava di una donna violenta, e che sarebbe stata uccisa da un agente per legittima difesa. A distanza di qualche settimana, il 24 gennaio, sempre a Minneapolis, Alex Jeffrey Pretti di 37 anni, infermiere, è stato assassinato da un agente mascherato dell’ICE, mentre stava partecipando ad una protesta contro le retate anti immigrati. Anche in questo caso Trump ed il Dipartimento per la sicurezza nazionale hanno sostenuto che Pretti fosse armato e che l’agente abbia sparato per difendersi. Fortunatamente, i numerosi video, si sono incaricati di smentire lui e i suoi tirapiedi e far emergere la verità, consentendo, in entrambe le circostanze, di stabilire la dinamica degli avvenimenti, evidenziando che si è trattato di vere e proprie esecuzioni. Forse anche per questo Trump ha ritenuto, in questi giorni, di sostituire il controverso comandante della Border patrol, Greg Bovino, con il c.d. “zar del confine”, Tom Homan, apparentemente per distendere il clima in quella città, cosa, onestamente, improbabile, stante la furia cieca di questa Amministrazione nei confronti degli immigrati. Già nel 2020, durante il primo mandato di Trump, a Minneapolis ci fu un episodio di violenza che aveva fatto indignare e rivoltare i suoi cittadini, quando ad essere ucciso da un agente di polizia bianco, era stato un uomo afroamericano di nome George Floyd; le esecuzioni odierne, non riguardano persone di colore, ma riguardano cittadini americani bianchi, rei semplicemente di opporre resistenza civile e non violenta contro le sopraffazioni dell’ICE nei confronti degli immigrati, volute da Trump. Ma perché Minneapolis è stata presa d’assalto dalle “milizie” armate trumpiane? Forse perché Tim Walz, Governatore democratico del Minnesota, ha sfidato Trump come candidato alla vicepresidenza degli Usa alle presidenziali del 2024? Forse perché Jacob Frey sindaco di Minneapolis è anch’egli democratico ed entrambi sostengono una politica di accoglienza nei confronti degli immigrati? La verità è che il Governatore Walz rivendica la storia del Minnesota come “isola di decenza, giustizia, comunità e pace”, e si oppone in maniera decisa alle politiche anti immigrazioni trumpiane. Ed oggi, richiede con forza che si ponga termine all’assedio dell’ICE e questa vada via da Minneapolis, come chiedono anche i suoi cittadini, nonostante le intimidazioni di questi giorni. Questi i fatti, bisogna, però, porsi ben altri interrogativi che riguardano sia il futuro democratico degli USA, ma anche, più in generale, le democrazie occidentali; se persino Robert Kagan, storico e politologo statunitense di estrazione repubblicana, esperto in politica estera, famoso in tutto il mondo per i suoi saggi come “Paradiso e Potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”, di fronte a quanto sta avvenendo negli USA di Trump, giunge a dire: “it’s over! – è finita!-, non so se in America avremo più elezioni libere ed indipendenti”, evidentemente qualche problema c’è! Molti attenti analisti politici si interrogano, infatti, sulle reali intenzioni di Trump e se dietro questo clima di tensione indotto e linea autoritaria, non si celi, in realtà, la tentazione di creare artificiosamente le condizioni per impedire le elezioni di metà mandato (Midterm) del prossimo 3 novembre, per il rinnovo di 1/3 dei senatori, i seggi della Camera dei rappresentanti e molti Governatori degli Stati federali. Se ciò avvenisse, ci troveremmo di fronte ad un vero e proprio golpe istituzionale, alla fine della “democrazia americana”, che, sia pure con luci ed ombre, da oltre due secoli ha garantito quel popolo. Certo, una democrazia che ha molte luci, ma anche delle ombre, che sono state messe in evidenza già nell’’800 da Alexis de Tocqueville, col suo famoso scritto “La democrazia in America”, base per la formazione delle élites intellettuali, degli storici e dei politici democratici di tutto il mondo. Oggi, di fronte alla pericolosa svolta impressa da Trump alla politica interna ed internazionale, di fronte a questo “neo-sovranismo”, che fa pensare persino ad una moderna forma di regime illiberale e autoritario della nuova destra repubblicana, in stretto rapporto con gli uomini più ricchi del mondo, ci chiediamo se, e fino a che punto reggerà la democrazia in America e nella stessa Europa. E’ in grado oggi il potere giudiziario, in America, di resistere e “bilanciare” il potere del presidente USA? Di fronte ad un Presidente che ha nominato la maggioranza dei giudici della Corte Suprema, che detiene la maggioranza dei deputati alla Camera dei rappresentanti, la maggioranza, sia pure limitata, del Senato, fino a che punto funzionerà il bilanciamento dei poteri (cheks and balances) su cui si basa la Democrazia in America? Le elezioni di Midterm potrebbero porre fine allo strapotere di Trump, negandogli la maggioranza al Senato ed alla Camera dei rappresentanti. Ciò ridimensionerebbe le mosse autoritarie di Trump, e ripristinerebbe le regole democratiche compromesse dalle sue politiche. Per evitare ciò, c’è da aspettarsi che Trump continui con le sue provocazioni così da creare un clima di tensione, che gli consentirebbe di modificare i collegi elettorali dei singoli Stati e arrivare, persino, ad impedire il regolare svolgimento delle elezioni di novembre. Non sappiamo come andrà a finire in America, ma nel mentre noi facciamo il tifo per il ripristino delle basilari regole democratiche in quella parte cruciale del mondo, non possiamo non vedere gli effetti nefasti della politica internazionale e neoimperialista portata avanti in questo anno dalla rielezione di Trump. La politica MAGA, il ricatto sui dazi, il risentimento manifesto e l’intolleranza verso l’UE, la volontà di annettere la Groenlandia, la dottrina Monroe rispolverata per giustificare la cattura di Maduro, volta a ripristinare il controllo USA sul petrolio del Venezuela, e persino l’intento di annessione del Canada! La messa in discussione delle regole del diritto internazionale e delle sue organizzazioni, a partire dall’ONU, con l’incredibile pretesa di Trump di creare una sua ONU miliardaria privata, il c.d. Board of Peace: che dovrebbe essere presieduto a vita da Trump, ed a cui la Meloni ha persino detto di essere interessata. Per nostra fortuna, in Italia c’è un Presidente della Repubblica che è garante della Costituzione ed ha dato uno stop a qualunque possibile cedimento da parte del governo nei confronti di una tale indecente proposta. Che fare di fronte a tutto ciò? A nostro avviso, la migliore risposta è data da quanto, il premier canadese Mark Carney, ha detto, nei giorni scorsi a Davos, tracciando le linee politiche che l’UE e i piccoli Stati del mondo dovrebbero seguire. Una politica di accordo che non soggiaccia alle logiche spartitorie del mondo tra le tre grandi potenze: USA, Cina e Russia. Diceva Carney, “…se non sei al tavolo, sei nel menu”. Se l’Europa non riesce a ritrovare le ragioni per il rilancio di una politica fortemente unitaria e coesa, il rischio è quello di essere nel menu delle tre grandi potenze. E per l’Italia, questo rischio è ancora più grande.